Leggo su diversi quotidiani che “per la prima volta, grazie alla direttiva del Procuratore di Trento, Sandro Raimondi, è stato allontanato un marito violento da casa“. La direttiva era stata emanata dalla Procura di Trento, a marzo, per rispondere alle richieste di aiuto delle vittime di violenza. Purtroppo la convivenza forzata tra le mura di casa, imposta dai Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’obiettivo di arginare il contagio del Coronavirus, ha avuto, come ci aspettavamo, ricadute negative nelle relazioni già caratterizzate da violenza ed ha facilitato le aggressioni nelle situazioni a rischio.

Anche le notizie di cronaca ci dicono che la violenza familiare non si ferma, domenica scorsa, nell’hinterland milanese, Antonio Vena ha ucciso Alessandra Cinà con un colpo di fucile alla testa perché era stato lasciato; sabato, a Roma, una donna è stata presa a martellate alla testa e ridotta in fin di vita dall’ex. Le dinamiche sono sempre le stesse e riguardano uomini che non accettano la libertà di scelta delle donne che vogliono chiudere la relazione e quindi le uccidono o non tollerano il conflitto con le compagne e le mogli e reagiscono con minacce e violenze psicologiche e fisiche.

D.i.Re – donne in rete contro la violenza aveva paventato il rischio di un peggioramento delle condizioni di vita per molte donne sia per la costrizione alla convivenza che per le maggiori difficoltà nel chiedere aiuto. Il primo monitoraggio sulle richieste di aiuto delle donne ci dice che dal 2 marzo al 5 aprile 2020, 2867 donne hanno chiesto aiuto ai Centri anti-violenza con un aumento del 74,5% rispetto al periodo del 2018 (i dati del 2019 sono in elaborazione), segno che la costrizione in casa delle donne ha inciso negativamente sulle situazioni di violenza.

Si tratta però di un aumento relativo solo alle donne che erano già seguite dai Centri anti-violenza mentre il dato sulle nuove richieste di aiuto rappresenta solo il 28% del totale (nel 2018 rappresentava il 78% del totale delle donne accolte). E di questi nuovi contatti solo il 3,5 per cento sono transitate attraverso il numero pubblico anti-violenza 1522. In un momento come questo ben venga anche la direttiva della procura di Trento ma gli ordini di allontanamento non sono una novità perché esistono da circa 20 anni.

74,5 per cento di richieste di supporto in più rispetto alla media mensile dell’ultima rilevazione statistica…

Gepostet von D.i.Re Donne in Rete contro la violenza am Dienstag, 14. April 2020

La legge sulle Misure contro la violenza nelle relazioni familiari meglio conosciuta come legge 154/2001, infatti, è in vigore dall’aprile del 2001 ed è stata innovativa perché prevede che l’allontanamento di autori di violenza (naturalmente si applica anche contro autrici di violenza) possa essere richiesto sia in sede penale che civile. Sulla carta è stato un grande passo avanti ma dopo quasi vent’anni purtroppo l’ordine di allontanamento non viene sempre applicato.

La misura dell’allontanamento dell’autore di violenza peraltro è stata rafforzata anche dalla legge 119/2013, cosiddetta legge sul femminicidio: la polizia giudiziaria può disporre con l’autorizzazione del pubblico ministero, ottenuta anche in forma orale, l’allontanamento urgente dalla casa familiare e il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, “nei confronti dei violenti e qualora sussistano fondati timori di reiterazione delle condotte e di pericolo per le persone offese”.

Quindi non c’è nulla di nuovo sotto il sole semmai ci sono ancora degli ostacoli che all’applicazione delle misure di allontanamento già previste. Uno di questi ostacoli è la confusione della violenza con banali liti che portano ad interventi sbagliati. Può accadere che le forze dell’ordine, intervenute nelle case subito dopo un fatto di violenza, cerchino di fare da pacieri commettendo un grave errore perché non permettono alle vittime di raccontare cosa è accaduto e di svelare da quanto tempo avvengano le violenze.

Nel 2011 il centro anti-violenza Linea Rosa di Ravenna ha realizzato il film Basta Poco per cambiare col patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Salute illustrando come si può intervenire per agevolare lo svelamento della violenza da parte delle vittime.

Abbiamo materiale, conoscenze ed esperienza sufficiente per formare adeguatamente chi deve intervenire nei casi di violenza nelle relazioni di intimità e abbiamo anche buoni strumenti legislativi ma gli interventi devono essere a più livelli perché non bastano le misure cautelari o i processi penali per tutelare le donne che subiscono violenza.

Infine mi preme ricordare che quando si interviene in aiuto di una donna che subisce violenza, è importante fare una analisi del rischio per valutare la pericolosità degli autori di violenza: un ordine di allontanamento per alcuni soggetti è soltanto un pezzo di carta.

Non dimentichiamo che conoscono l’indirizzo della vittima e hanno le chiavi di casa.

@nadiesdaa

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