Censimento dei senza fissa dimora, gli esperti bocciano il conteggio Istat: “Così si torna indietro di trent’anni”
La rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat si è svolta tra il 26 e il 29 gennaio 2026, divisa tra conteggio visivo e interviste di approfondimento. Sono state censite 10.037 persone in 14 capoluoghi. “Tutti contano”, diceva lo slogan scelto dalla Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) per la rilevazione. Ma ora, in fase di verifica del percorso, gli addetti ai lavori si confrontano sui limiti della ricerca. Esperti, operatori e la stessa fio.PSD spiegano perché, a loro modo di vedere, quel dato vada preso con le pinze: “Riguarda soprattutto persone in strada e dormitori di primo livello, non è confrontabile con le precedenti indagini e rischia di diventare un riferimento fragile per politiche, risorse e scelte amministrative”. Le perplessità sono state condivise durante il primo incontro pubblico di presentazione dei risultati in Liguria, organizzato a Genova da San Marcellino giovedì scorso.
Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia all’Università di Bologna e riferimento sull’operare con persone senza dimora da oltre trent’anni, riconosce il valore teorico dell’operazione: “Inserire le persone senza dimora nel censimento permanente significa riconoscere che quella condizione è un dato strutturale, non è un’emergenza”. Ma il risultato è a suo parere “una rappresentazione riduttiva e stereotipata” del fenomeno, “perché hanno scelto di non considerare accoglienze di secondo livello, comunità, appartamenti protetti, alloggi assistiti e percorsi abitativi”. Il risultato è “un sottodimensionamento importante” in termini numerici, ma soprattutto un passo indietro a livello culturale: “Ci abbiamo messo 30 anni per superare una definizione che limitava la condizione senza dimora alla mera assenza di una casa, a favore di una concezione più complessa”.
I numeri emersi contano 2.621 persone senza dimora a Roma, segue Milano con 1.641, poi Torino (1.036), Napoli (1.029), Genova (803), Palermo (611) e Bologna (597). L’ultima rilevazione, nel 2011, riguardava 158 città e aveva utilizzato altri criteri, i dati emersi non sono quindi confrontabili. A Genova una ricerca del 1996, riferita solo a persone italiane, contava 1.150 persone in contatto con le strutture Massoero, San Marcellino e Caritas e ne stimava altre 704 in città. Il nuovo conteggio Istat ne indica 803 in tutto, stranieri compresi. Gli addetti ai lavori si interrogano sulle ragioni di una differenza così marcata, che risulta poco plausibile.
Bergamaschi, che fa parte del comitato scientifico della Federazione, precisa che gli esperti avevano “fatto una serie di osservazioni sull’intero impianto della ricerca e in particolare sull’articolazione del questionario”, ma “nulla di quello che abbiamo proposto è stato recepito da Istat”.
Le critiche arrivano anche da fio.PSD, che pure ha reso possibile la rilevazione. Marzio Mori, membro del consiglio direttivo e direttore della Caritas diocesana di Firenze, ricostruisce così la scelta: “Istat è un gigante con le sue modalità, davvero poco flessibile. Potevamo scegliere se starci o non starci. Abbiamo scelto di starci”. Le organizzazioni che animano fio.PSD, in fase di verifica, hanno denunciato un approccio “estrattivista” nelle modalità di svolgimento della rilevazione: persone senza dimora considerate “come meri oggetti di indagine statistica”. La scelta di Istat di limitarsi alle prime due categorie Ethos, la classificazione europea dell’esclusione abitativa, “restituisce una visione stereotipata del fenomeno, appiattendo una realtà complessa e multidimensionale”. Contestati anche il questionario “lungo, invasivo” e con domande “poco rispettose”, comunicazioni deboli o tardive, criteri difformi tra città.
Per Danilo De Luise, responsabile dei servizi alla persona di San Marcellino, è una questione di sguardo. Lo mostra la storia delle donne senza dimora: “Quando non c’erano servizi dedicati sembravano pochissime; poi abbiamo cominciato a vederne molto di più”. Non erano aumentate all’improvviso: “Vuol dire semplicemente che non eravamo capaci a guardare”.
Il Comune di Genova accoglie le osservazioni e l’assessora Cristina Lodi parla di uso ponderato dei dati: “Non è solo il numero dei posti per dormire o meno, ma anche capire i profili di cui stiamo parlando, per offrire una presa in carico appropriata alle esigenze reali, che non sono omogenee”. Così Elisa Malagamba, dirigente comunale: “Istat è la più autorevole fonte italiana” e, se non si segnalano adeguatamente i limiti di quei dati, “abbiamo un problema, perché quei numeri verranno usati da qui a chissà quando”.
Le osservazioni andrebbero accolte e integrate alla lettura della rivelazione, chiude Mori, “perché da questi dati nascono le politiche”. Per questo gli addetti ai lavori chiedono a Istat di recuperare il confronto con chi lavora sul campo. Un dato fragile può essere peggio del vuoto che pretende di riempire.