Era il giorno di Cile-Italia, Mondiale di calcio 1962. La televisione cilena, nata solo qualche anno prima con alcuni rudimentali esperimenti, iniziava per quell’evento a trasmettere in diretta. La famiglia Sepulveda, come tantissime altre a Santiago, non possedeva il televisore e così il papà di Luis convinse il proprietario di un bordello ad accogliere il figlio e i suoi amici. Il locale si era evidentemente preparato a livello tecnologico per tempo. Luis Sepulveda, scomparso oggi a Gijon in Spagna a causa del coronavirus, vide dunque quella partita accanto ai suoi amici e alle prostitute. Il 2 giugno 1962 il Cile sconfisse l’Italia 2-0 nella cosiddetta Battaglia di Santiago. Per il giovane Luis, che a 12 anni ancora non aveva in mente di diventare uno scrittore tantomeno così celebre e apprezzato, fu una vera iniziazione.

In quelle stesse settimane il ragazzino venne invitato alla festa di compleanno di una coetanea su cui lui aveva messo da un po’ gli occhi addosso. Su una foto della Nazionale cilena aveva raccolto tutti gli autografi dei calciatori. Dall’uno di Escuti all’undici di Leonel Sanchez, passando per Jaime Ramirez e Jorge Toro. La bella adolescente però lo fulminò, dicendogli che le piaceva la poesia non il calcio. “Quel giorno il Cile perse un centravanti e guadagnò uno scrittore”, raccontava col sorriso Sepulveda, durante i suoi tour italiani per le presentazione dei libri.

Il futbol è sempre stato una sua passione, che non trattò mai con snobismo. Pierpaolo Marchetti è il traduttore grazie al quale abbiamo potuto leggere in italiano Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano, il Sogno di Futbolandia di Jorge Valdano e tanti altri volumi in spagnolo. “Sepulveda curava una collana per Guanda – racconta – ed è stato lui a indirizzarmi alla casa editrice, quando gli proposi a inizio Novanta un libro dello scrittore argentino Mempo Giardinelli. Sono diventato un traduttore a tempo pieno in quel momento”. Marchetti lo ha frequentato sia in Italia che nelle Asturie. “Confermo che era un tifoso dello Sporting de Gijon e andava spesso allo stadio El Molinon. Non avrebbe mai potuto fare il tifo per una squadra vincente. Infatti amava dire: la mia è stata una generazione di perdenti che però non ha mai perso la speranza di vincere”.

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