La sua opera ‘dal basso’ verso l’alto: dai bambini agli adulti. L’ironia preziosa e la capacità di smorzare i toni del successo. Così Pino Boero, professore ordinario di letteratura per l’infanzia e pedagogia della lettura alla facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Genova, ricorda Luis Sepùlveda. Oltre che docente, Boero è anche uno scrittore ed è uno dei maggiori conoscitori del lavoro di Gianni Rodari. Oggi, racconta al fattoquotidiano.it, come tutti, è rimasto colpito dalla scomparsa dello scrittore cileno.

Chi era Luis Sepùlveda per i bambini?

Era un personaggio straordinario, alla Gianni Rodari. Era mitico. È stato un uomo che ha scavalcato l’opera per essere rappresentativo di un modo di mettere al centro l’infanzia.

E chi era per gli adulti?

Questo suo essere per i bambini ha contaminato gli adulti. È un felice caso di contaminazione. Di solito sono gli adulti che contagiano i bambini, malamente. In questo caso credo che il sentir ricordare Sepùlveda per il suo rapporto con i testi per l’infanzia sia davvero un caso di contaminazione “dal basso” che sale verso l’ “alto”. È un caso di vera pedagogia.

È riuscito a parlare ai più piccoli e anche ai più grandi: qual è stato il segreto di questa sua capacità di dialogare con gli uni e gli altri?

Non si tratta di un segreto ma di disposizione mentale, di costruzione formativa dell’autore. Abbiamo autori che hanno messo al centro sempre se stessi, come ego; mentre un autore come Sepùlveda ha saputo guardare fuori di sé, guardare gli altri e allargare l’idea della conoscenza che non è quella che fa perno sul proprio ombelico. In questo modo lui è riuscito a parlare agli adulti e anche ai bambini.

Quanto giocava con l’ironia nei suoi libri?

L’ironia in letteratura ha sempre giocato un ruolo importante. L’ironia dà un distacco e mette in moto il meccanismo dell’autoironia, quello della consapevolezza che qualsiasi edificio letterario tu costruisca deve farei i conti con il tempo. Sepùlveda ce l’aveva. L’ironia è una dimensione della stessa tragedia umana.

Quale rapporto aveva con i suoi personaggi?

Era un rapporto simbiotico. Nel suo caso i suoi personaggi sono gli autori. Sepulveda sapeva mascherarsi da personaggio e allo stesso tempo essere sempre se stesso con il proprio bagaglio di cultura, di disponibilità verso gli altri.

In “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”, Sepùlveda ci racconta l’urgenza di un cambiamento, riesce a comunicare un grande messaggio. Come riesce a farlo?

Lo fa partendo dal basso. Della lumaca non ci accorgiamo mai, la lumaca fa parte dei proverbi popolari negativi. Questo elogio della lentezza, oggi più che mai, ci deve far riflettere, per mettere al centro chi è per terra ma forse ha qualche conquista in più rispetto a noi che guardiamo in alto ma non sappiamo vedere le mete.

È riuscito a farci conoscere anche l’America Latina?

È un mondo che è sempre stato in noi. Il nostro rapporto con l’America Latina è sempre stato di grande vicinanza. Siamo più vicini di quanto possa sembrare grazie anche a lui.

La sua letteratura aveva una missione etica o serviva solo a raccontare storie?

La missione etica è sempre secondaria perché l’autore che riesce non parte dall’idea di svolgere un compito etico ma dall’idea di raccontare. Se poi esce una dimensione etica questo è dovuto all’interiorità, alla costruzione, alla formazione dell’autore. Sepùlveda non è mai scaduto nella letteratura di stampo moralistico o didascalico.

Qual è il ricordo più bello che hai tu di Luis Sepùlveda?

Ricordo alcune sue dichiarazioni dopo l’ascesa di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”: smorzava lui stesso i toni del successo. Aveva una dimensione mai gridata. Era questo che mi piaceva di Sepùlveda.

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