Nelle fasi di grandi incertezza gli esseri umani hanno da sempre bisogno di guide a cui affidare le spiegazioni di cosa sta accadendo. Nelle società tradizionali queste figure erano i religiosi. Oggi in piena secolarizzazione e nel bel mezzo della ‘pandemia del secolo’ il soggetto che ha preso il loro posto è il virologo. Non importa se come ormai è lampante le sue spiegazioni sono parziali, temporanee, persino contraddittorie.

Da quando il Covid ha iniziato a riempire le pagine dei giornali e dei media mettendo in secondo piano gli effetti del cambiamento climatico, il gigantesco rogo intorno alla centrale di Chernobyl, le guerre e le distruzioni che la grande parte dell’umanità continua a perpetuare, è questa nuova categoria di esperti a avere occupato lo spazio che prima era dei tribuni del popolo della politica.

Trattandosi di un virus è giusto che siano naturalmente gli esperti a parlarne. Solo che questo andrebbe fatto con grande misura e ponderazione. Secondo la nota concezione espressa dal forse più mediatico tra i virologi nazionali, il professor Roberto Burioni, la scienza non ammette compromessi e non è democratica. Quindi solo chi sa può parlare dei fatti, mentre chi non sa deve ascoltare e seguire le indicazioni degli esperti.

Il problema è che oggi anche chi parla in veste di esperto conosce assai poco del virus, della sua reale diffusione, e delle relative modalità di contagio. Dopo due mesi dall’escalation del Covid i messaggi forniti da molti cosiddetti esperti sono spesso sconfortanti.

Giovanni Rezza in un’intervista a Il Fatto Quotidiano afferma che “i contagi di comunità aperta dovrebbero essere meno frequenti” rispetto a quanto accade nelle comunità chiuse come gli ospedali o le Rsa. E’ un uso del condizionale che allarma perché una serie di divieti delle libertà personali elementari, che vanno dalla semplice uscita di casa fino alla corsa solitaria in campagna, si baserebbero proprio sull’assunto che il virus sia contagioso anche negli spazi aperti. Adesso però non è più così sicuro, probabilmente dovrebbe essere così, ma non c’è certezza.

Sulle modalità di trasmissione del virus si sono succedute anche ipotesi più esoteriche: il virus si trasmette nell’aria fino a otto metri, fino a cinque, è più aggressivo con il caldo o con il freddo, forse rimane un giorno ancora vivo nel frigorifero mentre ancora non è chiara la temperatura con cui lo si può uccidere nel forno.

I messaggi della nuova religione imperversano ogni giorno con spiegazioni variegate sul livello di letalità del virus, sulle proiezioni dell’andamento epidemiologico, sui comportamenti da tenere per evitarlo, sulla percentuale di asintomatici presente sul territorio nazionale. Con un impeto da nuova Inquisizione gli esperti più audaci depositano denunce e diffide addirittura a colleghi di fama, rei di avere contraddetto il verbo della scienza di cui evidentemente solo i primi si sentono depositari.

In una sorta di delirio di onnipotenza fagocitato dalla disponibilità all’ingaggio mediatico, i più vigorosi e spregiudicati rischiano di perdere di vista il fatto che quello che si è innestato ormai in Italia un impressionante corto circuito tra esposizione mediatica dei superesperti, potere di influenza dei media, impreparazione e dilettantismo della politica e scarsa capacità critica di grandi strati della popolazione nazionale.

I politici delegano decisioni che sono loro stessi a dovere assumere, i media fomentano la bulimia della notizia che si ripete eguale nel tempo, la gente è sconcertata e intimorita, la delazione del vicini sostituisce la solidarietà sociale.

In realtà, le uniche indicazioni certe che sembra si possano trarre fino a oggi rispetto all’evoluzione dell’epidemia è che essa ha trovato terreno fertilissimo nella demolizione del sistema sanitario nazionale e regionale, causato da tagli a pioggia, mancati investimenti, dilagare di corruzione e politicizzazione dei sistemi dirigenziali e decisionali e nella malagestione dei centri ospedalieri e delle Rsa, che ha esposto all’aggressività del virus la parte più fragile della popolazione.

Oggi quello a cui si assiste è il tentativo di scrivere una nuova narrazione affidata a figure salvifiche di superesperti chiamate a dettare una linea che non hanno potere, né diritto di delineare. Ma quello che serve non è delegare la guida di una nazione a personaggi che reputano che la scienza non sia democratica. La scienza oggi più che mai ha bisogno di democrazia, di discussione, di domande e argomentazioni.

Perché si era previsto il dilagare del virus al Sud, per esempio, e questo non è ancora avvenuto? Perché si è legittimata la caccia all’untore per strada quando i dati dimostrano che gli italiani sono in larghissima parte ligi alle direttive ministeriali e regionali di limitazione delle libertà personali? Per quale motivo al Sud la percentuale di persone che lavorano e quindi girano sul territorio è più alta che al Nord e questo non ha effetti sulla diffusione del virus? In base a quale argomentazione si continua a fare passare il messaggio che il Covid si diffonde allo stesso modo nei grandi nosocomi e nelle case di riposo e all’aperto?

Porre questi interrogativi non vuole dire legittimare un liberi tutti o abbassare la guardia contro il contagio. Si possono prendere misure di prevenzione anche forti ma avendo bene in mente anche quali sono le conseguenze dell’imposizione di divieti draconiani di lungo periodo.

Quante sono per esempio le persone che stanno perdendo il lavoro a causa del prolungarsi dei diversi divieti? Cosa significa rallentare anche di un solo giorno una strategia di tracciatura dei contagi e di studio della diffusione degli asintomatici per l’efficacia di una prossima fase 2 di uscita dall’emergenza? In zone dove non ci sono contagiati si potrebbe fare ripartire la vita sociale e economica e distinguere le misure di intervento dalle aree dove il virus ancora dilaga? Sarebbe utile legiferare misure di emergenza tali da scoraggiare le frodi e le truffe alla sanità che rischiano di diventare la regola del lungo periodo di uscita dall’emergenza?

Questi e altri sono interrogativi a cui la “virocrazia” imperante non è attualmente in grado di rispondere. ‘Sventurata la terra che ha bisogno di eroi’ scriveva Bertolt Brecht, il grande drammaturgo e poeta tedesco. E sventurata è la terra che si affida a una scienza che crede di essere superiore alla democrazia – dovremmo aggiungere più sommessamente noi. Fino a che siamo in tempo.

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