Quattro milioni di lavoratori spagnoli hanno ripreso da lunedì le proprie attività lavorative. Madrid ha permesso la ripartenza delle attività non essenziali, ovvero industrie e costruzioni, fermate lo scorso 30 marzo con quella che il governo aveva definito “l’ibernazione dell’economia”, sebbene direttive e interpretazioni delle stesse abbiano ammesso in alcuni casi un proseguimento a basso regime. Lo stato di allarme è stato invece già prorogato all’11 maggio. Il Paese iberico registra un contenimento dei casi e dei decessi rispetto alle scorse settimane – ieri 5.092 nuove positività e 523 morti – ma il livello di guardia resta alto: sono i dati più alti degli ultimi 5 giorni e l’esecutivo ha specificato che non intende ammorbidire le misure di contenimento. In compenso l’economia riparte.

Da lunedì 13 la Spagna ha riaperto le attività non essenziali, per i lavoratori che non possono affidarsi al telelavoro. Dal 30 marzo queste attività erano state sospese e un decreto-legge aveva introdotto il cosiddetto “permiso laboral recuperable”. Cioè ferie forzate che, sovrapponendosi alle festività di Pasqua, si sono tradotte in un totale di otto giornate non lavorate, che saranno recuperate entro il 31 dicembre, e che le aziende pagheranno in toto ai loro lavoratori. Una misura che non si applica a chi è in congedo parentale, ai lavoratori i cui settori non sono colpiti dallo stato di allarme e a quelli delle imprese che hanno fatto ricorso al sistema Erte (Expedientes de regulación temporal de empleo), assimilabile alla nostra cassa integrazione. In un mese le richieste di accesso all’Erte sono state 450.000 e hanno coinvolto 3,5 milioni di lavoratori, oltre il doppio dei lavoratori interessati complessivamente nell’ultimo decennio: dal 2009 al 2019 erano stati 1,57 milioni.

L’ibernazione dell’economia per meno di due settimane ha visto comunque diverse eccezioni. Tra moratorie di chiusura posticipata per le industrie che avrebbero avuto difficoltà a “interrompere immediatamente le attività”, interpretazioni ambigue della dicitura di “attività minima indispensabile” comunque permessa in questo frangente dal decreto di riferimento, e il mantenimento delle attività di importazione ed esportazione per rispondere agli ordinativi già incamerati prima del blocco, alcune industrie, come quella delle ceramiche, hanno mantenuto la serranda alzata a mezza altezza.

Non è bastato questo però per mettere a riparo il settore dalle conseguenze della crisi: nella prima settimana di aprile si è registrato un crollo del 60% delle richieste di piastrelle nel mercato nazionale e dell’80% degli ordini internazionali. E oggi si appresta a una fase di incertezza che senza una rapida iniezione di liquidità nelle imprese e interventi straordinari di sostegno, anche sul piano fiscale, potranno condurre altre 20.000 famiglie collegate a questo settore nelle maglie dell’Erte.

Il ministro della Sanità Salvador Illa e il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska hanno presentato nei giorni scorsi i protocolli sanitari per i lavoratori che hanno ripreso servizio. Sono tre i capisaldi delle misure: distanziamento interpersonale, pulizia delle mani e un adeguato livello di igiene nei luoghi pubblici e privati. Il governo ha inoltre messo a disposizione delle comunità autonome un totale di dieci milioni di mascherine, destinate ai cittadini che non hanno a disposizione mezzi privati per recarsi al lavoro. L’Andalusia è la comunità che ha ricevuto più mascherine: 1,87 milioni. Poi la Catalugna con 1,71 milioni, mentre Madrid, che ha criticato “l’improvvisazione del governo” per non aver ricevuto “istruzioni concrete” sulle modalità di distribuzione, ha in carico 1,41 milioni di mascherine.

Nelle intenzioni del governo nazionale sarebbero stati la polizia locale, i volontari della protezione civile e il personale di sicurezza delle linee metropolitane a distribuire le mascherine nei principali snodi del trasporto pubblico, ma poiché sono già attivi nella distribuzione di materiali nelle case di cura, l’esecutivo madrileno ha chiesto l’intervento dell’esercito. L’uso delle mascherine non è obbligatorio ma solo raccomandato.

Il ministro della Sanità ha sottolineato che i lavoratori che avvertano sintomi anche lievi collegati al Covid-19 dovranno restare a casa, così come coloro che sono stati a stretto contatto con persone riscontrate positive. Per tutti gli altri non cambia nulla: continueranno a poter uscire di casa solo per le attività indispensabili evidenziate dal decreto del 14 marzo, che aveva promulgato lo stato di allarme. Vale a dire: spesa di prima necessità, visite mediche, cura degli anziani o di persone con disabilità, così come resta consentito andare in banca o portare a spasso il cane. I ministri hanno ritenuto opportuno sottolineare che non si sta scalando dalle misure e che resta importante restare a casa per evitare la propagazione del virus. A margine delle riaperture, si registra infatti una nuova limitazione. Sono ora vietati tutti i lavori negli edifici dove ci siano persone che possono entrare in contatto e incrociare gli operai.

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