Attrezzisti, cantanti, truccatori, ballerine, sarte, comparse. Per chi lavora nel mondo del teatro – sia di prosa che di lirica – il sipario abbassato per l’emergenza sanitaria significa niente lavoro. E per chi non ha un contratto, è difficile anche richiedere quel bonus di 600 euro per i lavoratori autonomi, previsto dal Cura Italia, dove pure formalmente sono inclusi. “Tutti i contratti sono stati risolti per causa di forza maggiore, e non solo per le produzioni da iniziare, ma anche per quelle che erano in corso, senza alcun pagamento neanche per il lavoro svolto”, spiega Rosanna Savoia, presidente di Assolirica, l’associazione che riunisce tutti i professionisti del settore operistico, rivelatosi particolarmente fragile in questa emergenza. “I casi in cui sono adottate misure compensatorie sono rimasti isolati. Si pensa sempre alla lirica come a un mondo dorato, ma ci sono tanti professionisti invisibili, con poche tutele, che però sono ambasciatori dell’Italia nel mondo: sui pacchi di aiuti mandati dalla Cina c’erano i versi di Turandot, non il Colosseo, né la pizza. L’opera è un simbolo”. Intanto i grandi teatri devono fare i conti non solo con i mancati incassi della stagione invernale, ma con le rassegne estive pericolosamente in bilico. Il teatro La Fenice ha stimato perdite per 7 o 8 milioni, L’Opera di Roma per 4,4 milioni. Il Regio di Torino fino ad oggi ne ha persi 1,5. La domanda ora non è solo quando si potrà ripartire, ma come si potrà farlo, garantendo le distanze di sicurezza in platea, sul palco e dietro le quinte.

I requisiti per il bonus Inps: “Esclusi moltissimi professionisti” – L’etichetta “lavoratori dello spettacolo” racchiude categorie di professionisti molto diverse tra loro: attori, cantanti, direttori d’orchestra, ma anche scenografi, costumisti, tecnici del suono e delle luci, chiunque insomma “contribuisca alla realizzazione degli spettacoli dal vivo”. Oltre ai doppiatori, ai presentatori, ai circensi e a chi lavora nel mondo del cinema e della tv. Tutti fanno capo all’ex Enalps, ente previdenziale poi confluito nell’Inps. Fanno parte delle categorie di lavoratori autonomi che possono richiedere all’Inps il bonus di 600 euro, a tre condizioni: aver prodotto reddito inferiore a 50mila euro nel 2019, non avere un contratto in essere e infine aver dichiarato, nel 2019, “30 giornate lavorative” maturate con i contributi. Questo è uno dei punti più controversi della normativa: il calcolo dei contributi da versare per raggiungerle è complesso e pieno di variabili, i parametri variano in base ai compensi e alle festività, e alla calendarizzazione delle giornate di lavoro che fa ogni teatro. Per fare una stima approssimativa, Assolirica calcola che dall’inizio del rapporto di lavoro servano dalle 40 alle 50 giornate di calendario per raggiungere le famose 30 giornate di contributi. In pratica, due produzioni teatrali complete. “Tra i solisti e i freelance della lirica sono pochissimi gli artisti che possono vantare il superamento del limite di reddito, ma non è facile rientrare nel parametro dei contributi – spiega Rosanna Savoia al fattoquotidiano.it – I periodi contrattuali non coincidono con il numero effettivo di giornate di lavoro. I periodi di preparazione individuale dei ruoli e la fase creativa non vengono prese in considerazione dal punto di vista contributivo. In più tanti professionisti lavorano all’estero e quei contributi non figurano all’Inps. Il ricongiungimento si fa poi solo a fine carriera. Quindi il requisito delle 30 giornate esclude di fatto moltissimi professionisti”. Chi riesce a dichiarare più di trenta giornate lavoratori spesso facilmente supera i 50mila euro: l’intersezione tra gli insiemi creati dai due requisiti è in realtà molto stretta. “Poche persone riescono a rientrare in quella forbice”, sottolinea il baritono Paolo Bordogna, che spiega di non essere rientrato tra gli aventi diritto al bonus: “Io per fortuna lavoro molto, ma anche molto all’estero, che quindi non figura ai fini dei contributi. Ma penso ai miei colleghi più giovani, il cui sostentamento dipendeva dagli spettacoli già concordati: loro non hanno tutele, non lavorano, ma l’affitto a fine mese lo devono pur pagare”.

Bordogna aveva appena concluso l’ultima replica a Monaco di Baviera quando i teatri sono stati chiusi. Adesso, nelle lunghe giornate chiuso in casa, sente solo le sirene delle ambulanze e le campane a lutto. “Io sono stato fortunato ad aver finito le recite, ma ci sono colleghi licenziati a metà delle prove, senza vedere un euro”. I cantanti, spiega Bordogna, vengono pagati “ad alzate di sipario” e non a prova: quindi per le recite cancellate dalla pandemia non hanno ricevuto alcun compenso, nonostante le giornate di prova in teatro. Nessuna diaria. Bordogna spiega che per un cantante è molto faticoso maturare i contributi: “Io canto da 22 anni, ma è come se avessi lavorato solo dieci anni, meno della metà”. E la carriera dei cantanti, sottolinea, non è eterna: “Esattamente come per gli atleti, la voce cambia: non si può fare per tutta la vita”. Questo, per Bordogna e per molti colleghi, è un lungo periodo di “ritiro”: studio, esercizio e allenamento. “Spero che i contratti che perderò in questi mesi verranno almeno riprogrammati nelle stagioni future”.

Musicisti e costumisti in pausa forzata: “Ho paura per il futuro” – Nel mondo dell’opera il palco è la punta dell’iceberg: dietro le quinte c’è un alveare di professionisti. La costumista Sara Marcucci è riuscita a inoltrare la domanda per il bonus da 600 euro: “Penso di avere tutti i requisiti, ma comunque parliamo di 600 euro per tre persone disoccupate. Io ho perso tutti i lavori, ma soprattutto ho perso la speranza di trovarne nuovi, perché non so quando si tornerà a lavorare”. Le giornate a casa, dice, passano in uno stallo che non è né vacanza né riposo: “All’inizio della mia carriera avevo contratti a tempo determinato che mi facevano sentire più protetta. Ora che ho la partita iva, penso che se mi slogassi un polso in teatro e non potessi disegnare né cucire, avrei zero tutele“. Anche Anna, scenografa di professione, pensa che il bonus da solo non basti: “Già prima della pandemia lavorare nel mondo del teatro era difficile – dice, raccogliendo le preoccupazioni dei suoi colleghi – Non oso immaginare quello che succederà dopo”.

Timore condiviso da chi si affaccia ora alla professione: Giuseppe Rizzo, 23 anni, è arrivato a Milano con una borsa di studio per l’Accademia del Teatro Alla Scala. “La vita per noi è cambiata, e c’è molta più preoccupazione per il futuro: si parla di cassa integrazione e di annullamento della programmazione 2020. Ero già preoccupato prima dell’emergenza – racconta – ma ora di più”. Con un posto da trombettista nell’orchestra scaligera, riusciva ad integrare la borsa di studio con circa sette, ottocento euro al mese. Adesso, invece, si può solo aspettare. “Per ora si recupera con le lezioni online, ma la situazione è angosciante: studiare tutto il giorno a casa per poi non esibirti non è una bella situazione”.

I registi guardano al dopo, tra cartelloni saltati e distanze di sicurezza Il nodo delle trenta giornate lavorative, complicato per i cantanti, diventa ancora più stringente per i regista: “Tutta la parte di gestazione di uno spettacolo non viene conteggiata – spiega Gianmaria Aliverta, il cui Pinocchio alla Fenice di Venezia è rimandato a data da destinarsi – Il mio contratto inizia con le prove, quando ormai il grosso è fatto”. In futuro si porrà il problema degli spettacoli cancellati. “Rimandarli alla prossima stagione è complicato: i cartelloni dei teatri sono costruiti in anticipo, non è detto si riesca a far coincidere di nuovo le disponibilità di tutti”. La domanda ora non è solo quando, ma anche come. Quando si ripartirà, bisognerà immaginare un sistema completamente ricalibrato sulle esigenze di distanziamento sociale. Non solo quelle del pubblico, ma anche – e soprattutto – quelle degli artisti. “Non riesco a immaginare un mestiere in cui si respira addosso più di quello dei cantanti d’opera” dice Alfonso Antoniozzi, regista e baritono. A dicembre era sul palco della Prima della Scala e da qui a settembre avrebbe dovuto essere impegnato in due produzioni come cantante e in altrettante come regista. “Per ora viviamo di voci di corridoio su cosa succederà in futuro. Organizzare uno spettacolo tenendo conto delle distanze di sicurezza è impossibile: dietro le quinte c’è una città di sarte, macchinisti, comparse, coristi. I tecnici possono lavorare con le mascherine, ma è impensabile che stiano a un metro tra di loro. Sicuramente non i cantanti. Bisognerà fare i conti a lungo con le frontiere chiuse, che tagliano fuori molti cantanti stranieri. Il teatro è una caserma: ci sono tempi di organizzazione, tabelle di marcia, ingaggi da rivedere. Tutte cose che la politica deve considerare, semmai penserà al nostro settore”.

Teatri: milioni di incassi persi e una stagione da ripensare – “È un momento difficile per tutto il Paese, non solo per il teatro”, dice Fortunato Ortombina, sovrintendente della Fenice di Venezia, al fattoquotidiano.it. Il teatro veneziano non ha fatto in tempo a riprendersi dall’emergenza acqua alta dello scorso novembre, che ha dovuto fate i conti con l’emergenza coronavirus. All’interno del teatro lavorano 300 dipendenti stabili e ne convergono in media altri 450 ogni anno per i vari spettacoli. “Abbiamo tutti i dipendenti in cassa integrazione e guardando a tutti gli spettacoli che ho dovuto e dovrò cancellare stimiamo una perdita di 7 o 8 milioni di euro“. Quasi un quinto del fatturato di un intero anno, 34 milioni. All’interno del decreto Cura Italia sono previsti 130 milioni di euro da destinare a cinema e teatro, ma spiega, degli 80 previsti per la parte corrente, vanno suddivisi tra prosa, autori, cinema. “Quello che rimane per le 12 fondazioni liriche è davvero poco: speriamo che sia solo un inizio, con l’impegno da parte nostra a farli fruttare per la crescita dell’industria culturale”. Da subito, la Fenice si è attivata sui canali digitali, riproponendo i suoi spettacoli online: “Prima il sito web era il luogo dove si cercavamo informazioni per capire. Adesso è il luogo dove ci si ferma a vedere qualcosa“. Il teatro dell’Opera di Roma calcola già una perdita di 4,4 milioni. A casa i 650 dipendenti, e rimandate tutte le produzioni in cartellone. Ma adesso è in bilico anche la stagione estiva di Caracalla, che solo la scorsa estate ha fatto staccare 108.339 biglietti, per un totale di 7,5 milioni di euro. Il settore degli spettacoli macina molti dei suoi incassi in estate: oltre al settore della musica dal vivo ci sono festival e rassegne teatrale, come il Macerata Opera Festival che comunicherà la decisione finale sono dopo la metà di maggio, in base alle indicazioni del governo. Di certo, nella lunga lista delle riaperture, i teatri sono all’ultimo posto. “Non possiamo rischiare di riaprire prematuramente – spiega Sebastian Schwarz, arrivato lo scorso anno alla guida del Teatro Regio di Torino – dobbiamo garantire la massima tranquillità ai nostri spettatori”. Alla data di oggi, il Regio ha già perso 1,5 milioni di incassi. “Ci ha stupito e ci ha commosso che molti spettatori abbiano deciso di rinunciare ai rimborsi: un gesto spontaneo di grande solidarietà” Anche l’Opera di Roma e la Fondazione Toscana Spettacolo hanno ringraziato pubblicamente per simili iniziative di sostegno. “Vogliamo che il teatro, quando si riaprirà, sia anche un luogo di rispetto, stiamo pensando a un Requiem per ricordare le vittime – conclude il sovrintendente Schwarz – ma dopo diventerà il posto dove celebrare la vita, la rinascita, con la musica: ora c’è bisogno più che mai”.

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