Si può superare un check-point in un posto che è in guerra da cinquant’anni suonando Tu scendi dalle stelle, specie se quel posto è Betlemme. Si può suonare Addio Lugano bella in piazza Fontana, alla Conchetta o in una cascina occupata vicino a Musocco, e poi a Piadena o in Emilia, o in un paesino lucano, e poi però trovarsi a far cantare una piazza di Cuba su Hasta siempre, che tutti conoscono di più con la fine del suo ritornello, De tu querida presencia, comandante Che Guevara. Si possono suonare trombe e clarini e sassofoni nella trappola di violenza del G8 di Genova, schivando i manganelli e la Diaz (per caso quindi per fortuna) e dentro le carceri, per le detenute e per i loro bambini che crescono in gabbia senza averne colpe, come peccatori originali di Sant’Agostino. Si può far cantare Bella Ciao ai bimbi delle elementari e far battere il piedino alla Digos. Si può stare dalla parte degli ultimi contestando i primi e essere premiati con l’Ambrogino. Si può essere partigiani – letteralmente, di parte – senza dover rendere conto a nessuno. Da 35 anni la Banda degli Ottoni a Scoppio riesce nel miracolo di far muovere culi e rivitalizzare la libertà, intesa alla Luporini, come partecipazione. Nelle piazze di Milano, da Isola a San Babila, e all’altro capo del mondo, da Santa Clara a Tel Aviv, e ovunque ce n’è bisogno.

La storia degli Ottoni, patrimonio dei cittadini di tutto il mondo, è diventata un bandaromanzo: lo ha scritto uno dei banditi, Guido Tassinari, bomba, con le foto di Danilo Borrelli, kiver, e le illustrazioni di Gabriele Orlando, ilfisa. Il titolo è Ma in fondo, delle note, chissenefrega (Meltemi editore, 230 pagg., 17 euro) ed è già abbastanza il centro della questione: “La forma di questi A scoppio senza conduttori, scoprii a poco a poco – scrive Tassinari mentre racconta il suo arrivo nella banda, oltre vent’anni fa – praticava quella democrazia, anarchia, comunità, umanità nuova; esperimento in cammino, lotta, imbracciando lo strumento musicale in piazza come gesto, arma di azione politica; il sogno, l’ideale, toccare tutti, non rinchiudersi verso alcuno. L’importanza dell’improvvisazione, la mancanza di leggii, di spartiti, in tutti i sensi, quello musicale ma non solo”. Nessuno ha un copione, in comune c’è solo un’idea di mondo – hai detto niente -, tradotta con fiati o percussioni: “Ascoltare altri, suonare con loro anche se non sei d’accordo con quello che stanno suonando insegna l’opposto di razzismo, antisemitismo, antiziganismo, antifemminismo: mostra che il mondo è abbastanza grande per ospitare tutti”.

Gli Ottoni a Scoppio, così, fanno un casino organizzatissimo che mette in repertorio decine di canzoni di tutto il mondo, di tutte le lingue e i dialetti, di tutti i generi, di tutti i colori, di tutte le lotte, di tutti i sogni, di tutte le speranze: l’Internazionale, Rosamunda, e poi però La pappa col pomodoro, Enola Gay, Tu vuò fa’ l’ammericano, El paso del ebro, La cumparsita, La ballata del Pinelli, Besame mucho, Matilda, Bread and roses, Luna rossa, Clandestino, L’opera da tre soldi, Nella vecchia fattoria, Fischia il vento, lo spiritual pacifista Down by the riverside, La titina, Otto e mezzo di Nino Rota. Su e giù nel tempo, di decennio in decennio, su e giù nello spazio, di parallelo in parallelo, senza confini.

Sempre dalla parte degli ultimi e dei resistenti, dei diseredati e dei dimenticati, degli emarginati e degli inascoltati, dei fragili e dei Davide contro i Golia, di chi è senza casa e dei lavorator. Nel libro si attraversa l’Italia delle feste antifasciste, luganega e vino rosso (tanto vino rosso), dei presidi contro le opere inutili che consumano la terra, delle marce contro le bombe anche dove le bombe cascano, delle occupazioni nei luoghi dimenticati. Ma si torna anche in luoghi che restano fuori dall’agenda dei giornali e dei social, della politica, della gente, del popolo: le carceri, per esempio, o peggio gli ospedali giudiziari.

Il racconto di Tassinari non è una cronaca né un diario né potrebbe esserlo: Ma in fondo, delle note, chissenefrega colleziona e restituisce a chi legge una serie di immagini. Non sono fotografie, non indicano contorni definiti. Sono più cartoline, c’è molto più sentimento: si procede per immagini, flash, pezzi di vita qui più colorati, là accennati con tratto più leggero. Come la banda nasce dall’impasto di “ridere, fare ridere, fare tenerezza, fare ballare culi, indignarsi, indignar”, sulla mescolanza qualsiasi sia, sulla mistura di “fraternità e iconoclastia”, anche il relativo bandaromanzo risulta avere la stessa essenza, tra i banditi chiamati solo per soprannome (tutti minuscoli e tutti indispensabili al racconto: spinasc, pittore, mega, androcchia, brontolo, lamaria, valvola, triglia, andywarhol, guru…) e i geniali giochi di parole: freakottone, vodkalist, djambecille, rullantolato, darbucazzone. Lo slang: il carburante degli Ottoni a Scoppio si chiama gasento. Non c’è una definizione, ce ne sono molte. Per esempio: “Se ti piace suonare ubriacarti fare casino, ma quando lo fai gratis ti rimorde la coscienza perché senti che dovresti impiegare il tuo tempo in cose più importanti tipo cambiare il mondo, allora devi unirti alla Banda degli Ottoni a Scoppio perché solo così la tua attività preferita avrà infine la benedizione di Marx, Bakunin e forse di suor Teresa di Calcutta”. Oppure, da un’altra prospettiva: “I bisogni fondamentali si limitano a cinque: nutrirsi, riposare, amare, giocare, chiedersi perché”.

La serie di cartoline, sfogliata una dopo l’altra, diventa così un album di famiglia. Quella degli Ottoni si allarga e si restringe a fisarmonica, con i suoi amori e i suoi lutti, la sua squadra di pallone e i suoi abbracci con le altre bande musicali “combattenti”, della sua Cascina Torchiera (occupata e animata di cultura, vicina a quartieri complicati) a cui il Comune negli anni Novanta ha tolto l’acqua senza che nessun altro successore, di destra o di sinistra, ci abbia mai ripensato e ancora delle assemblee rumorose della Banda, con volume alto ma non per sassofoni e trombe. Non si sono trovati d’accordo, racconta Tassinari, nemmeno sul Nobel a Dario Fo, che gli Ottoni li ha ritratti in uno dei suoi acquerelli (copertina del libro).

Ma la retrospettiva è anche quella di Milano e in particolare di quella fuori dagli schermi tv, fuori dalle foto instagram e dagli sberluccichii di piazza Gae Aulenti, nella cintura delle periferie. E’ una prospettiva che porta dietro i paraventi di Milano e di una parte del Paese di cui è tornata a essere (pretesa) capitale morale, dietro alla loro difficoltà di riverberare il benessere ai ceti più in sofferenza: locomotive che si perdono i vagoni.

E’ per tutto questo, ed è per caso, che in questi giorni i concerti scombinati e anarcoidi, itineranti e coerenti, degli Ottoni a scoppio risuonano ancora più forte: in questa prigionia responsabile, in questa privazione della libertà senza nemmeno il bisogno di fili spinati né mitragliette spianate o manganelli branditi. Il virus: un test, una simulazione, di quanto è fragile il patrimonio di libertà, democrazia e diritti custodito dalla Costituzione e di quanto è necessario riaffermarla, praticarla ogni giorno, con cura, spirito e risate, davanti a tutti, fuori dai sacri palazzi, soprattutto dov’è ce n’è più bisogno.

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