di Carblogger

Il coronavirus ha fatto chiudere temporaneamente le fabbriche di automobili, mentre ha messo completamente a terra l’industria del trasporto aereo e quella del turismo. Per gran parte dell’economia, non abbiamo ancora molta visibilità sul futuro prossimo (incredibile quanto pesi ancora il giorno per giorno nelle decisioni globali), salvo affidarsi a previsioni basate su modelli matematici che proiettano nel tempo alcune tendenze attuali. Poco, a fronte di un pericolo pubblicamente classificato come sconosciuto.

Nel 2008, in America si decise di salvare banche e industria dell’auto, con l’obiettivo di evitare il tracollo del resto dell’economia. L’amministrazione Obama fu tacciata dai Repubblicani di “socialismo” per i finanziamenti federali elargiti a Gm e Chrysler per evitare la bancarotta. E oggi? L’amministrazione Trump ha parlato a fatica di “qualche aiuto” per Detroit se proprio si rendesse necessario a causa del coronavirus. Il segnale è chiaro: una eventuale crisi dell’auto non è considerata adesso un rischio per l’intero sistema.

Il governo francese si è invece mosso alla… francese. Il ministro dell’Economia si è detto pronto anche a “nazionalizzare” l’industria dell’auto per proteggerla dagli effetti della pandemia. Renault e Psa sono già partecipate dallo stato, la prima storicamente, la seconda soltanto dal 2014 dopo più di un secolo di rivendicata indipendenza. Nel 2009, il governo francese dell’epoca concesse a Renault e Psa aiuti diretti per 3 miliardi di euro ciascuno, falsando la competizione internazionale. Oggi per la Francia l’auto forse non rappresenta un rischio sistemico, ma è sempre viva Colbert e Napoleone.

Aspetto con curiosità la Germania, in piena rivoluzione culturale: sta mollando l’ultra rigorismo su cui ha modellato se stessa e l’Europa dalla firma del trattato di Maastricht nel 1992. Non mi stupirei succedessero lì cose mai viste.

Fiat e Chrysler nel 2008, Fiat Chrysler oggi. In Italia, le fabbriche del gruppo potranno contare su nuova cassa integrazione – come tutte le altre – ma non credo su altro. Non abbiamo una politica industriale da tempo. E c’è una fusione con Psa in corso, che probabilmente verrà considerata bastante a se stessa.

Piuttosto, domani all’auto serviranno – qui come nel resto del mondo e tra le macerie di una probabile recessione – altri incentivi pubblici per accelerare la transizione all’elettrificazione, una partita che ricomincerà dopo la fine dell’emergenza epidemiologica. Ma come giocarla e con quali giocatori, è la nuova incognita. Quasi come il coronavirus.

@carblogger_it

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Auto e coronavirus, l’informazione ristretta che piace agli industriali

next
Articolo Successivo

La ricetta Draghi applicata all’industria dell’auto. Ce la caveremo come dopo la crisi 2008/09?

next