Pubblico qui una riflessione del prof. Carlo Quintelli, Ordinario di Composizione architettonica e urbana Dipartimento di Ingegneria e Architettura Università di Parma, che riprende alcuni temi importanti sulle future “cose da fare”. Mi sembra interessante la convergenza tra due discipline, l’urbanistica e l’economia, che spesso sono state su posizioni molto diverse.

di Carlo Quintelli

L’articolo di Marco Ponti sul Fatto Quotidiano di mercoledì 11 marzo “La ripresa dell’Italia non può passare dal cemento” (e del suo post di contenuto simile), oltre a sottolineare l’esigenza di un cambio di strategia complessiva in materia di investimenti sulle infrastrutture pubbliche, sollecita una riflessione sui fenomeni insediativi urbani correlati. In particolare rispetto al tema del movimento merci, dobbiamo ricordarci che l’insediamento produttivo che contraddistingue la realtà italiana risulta essere molto diffuso, per non dire disperso sul territorio.

A differenza di altri casi nord-europei, dove abbiamo la concentrazione di grandi industrie o di insediamenti produttivi aggregati secondo le logiche dello zoning di matrice modernista, nel caso italiano la realtà prevalente è fatta soprattutto di piccola e media industria, per non parlare della componente artigiana, che ritroviamo al 40% distribuita a corona attorno alla città, al 40% nell’hinterland di riferimento, e solo il 20% si concentra in uno o al massimo due quartieri produttivi.

Ne deriva una irrazionalità oltre che diseconomicità evidente in termini di servizi, urbanizzazioni, impatto ambientale, a cominciare dal consumo di suolo per arrivare al problema di scarichi e smaltimenti anziché dell’accesso solo per citare tre aspetti di non poco conto. Ma questa è la nostra storia in quasi tutti i contesti italiani e determina un sistema di relazioni, collegamenti, logistica altrettanto diffuso, frammentato e complesso, nell’alternarsi di residenza, poli commerciali, servizi, e per conurbazioni di natura prevalentemente opportunistica, lungo le strade, sugli snodi non meno che in aree rurali.

Non potendo ovviamente ridislocare questa enorme realtà aziendale – e pensiamo anche a certi qualificati ma non meno diffusi distretti produttivi dell’Emilia Romagna, del Veneto o della Lombardia – non rimane che interpretarne le esigenze attraverso il sistema infrastrutturale in gran parte preesistente e altrettanto diffuso e a rete, in cui prevale la mobilità su gomma in grado di intercettare le mille polarità produttive disperse nello spazio territoriale.

Ma è un sistema questo anche in generale stato di degrado e criticità prestazionale, che necessiterebbe di altrettante mille opere di rigenerazione riguardanti ponti, sovra e sottopassi, arterie di primaria e secondaria importanza, parcheggi, opere idrauliche, sottoservizi primari. Cioè di un robusto piano di riqualificazione e completamento senza il quale continuerà a decadere inesorabilmente, anno dopo anno.

Mille opere di straordinaria e diecimila di ordinaria manutenzione, di importo lavori da 10 a 1 milione, darebbero ben altro beneficio al sistema infrastrutturale e quindi insediativo descritti, rispetto al pozzo di San Patrizio di molte, certo non tutte, le cosiddette “grandi opere”. Producendo altresì non solo un’efficienza della mobilità corrispondente ai bisogni di molte nostre imprese ma anche un assetto territoriale, diciamo pure anche un paesaggio, dove l’estetica dell’ordine, dell’identità riconoscibile, della completezza del costrutto antropico trasmettano con evidenza qualità ed efficienza di un intero territorio.

L’altro aspetto dell’articolo di Ponti, che coinvolge più in generale il destino delle città e del territorio italiano, riguarda l’infrastruttura digitale su cui si investe ancora troppo poco e male. Sempre partendo da una logica insediativa, ciò si rileva rispetto all’abbandono dei tanti centri urbani ed aree fragili della montagna, fenomeno che investe buona parte del 35% della superficie del paese.

Emerge non meno rispetto alla periferizzazione dei centri storici che invece potrebbero ritornare ad essere luoghi di vita idonei per molte attività lavorative. Degli historical campus ad alta qualificazione terziaria, universitaria, commerciale, di servizio, della produzione immateriale in genere e non più, come sta accadendo ora, luoghi in progressivo depauperamento abitativo e/o in balia di un consumo turistico distruttivo sul piano socio-culturale ed identitario di cui in tempi medi pagheremo anche le conseguenze economiche.

In sintesi, soprattutto per come la modernità del Novecento non si sia mai del tutto realizzata nel contesto italiano salvo rari straordinari casi – tra tutti l’Ivrea di Adriano Olivetti – mi pare che la partita si possa riaprire nel XXI secolo solo se la cultura della rigenerazione batterà quella delle grandi opere (ormai obsoleta e in ritardo di cent’anni).

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