Multe da 400 a 3mila euro per chi viola le norme anti-contagio. Che possono arrivare fino a 4mila euro se si è a bordo di un veicolo, senza però che ci sia il sequestro del mezzo. Mentre se un positivo da coronavirus non rispetta la quarantena, rischia fino a 5 anni di carcere. E’ questo il cuore del decreto approvato dal consiglio dei ministri nel pomeriggio del 24 marzo e che istituisce le sanzioni per chi viola le norme anti-contagio decise per arginare la diffusione del Covid-19. “Ciascuno deve fare la propria parte“, ha detto il premier Giuseppe Conte illustrando il decreto in conferenza stampa. Nel documento poi, vengono elencate 29 restrizioni e regole, accorpando quelle adottate con i diversi decreti: dallo stop agli spostamenti alla possibile chiusura di strade e parchi, cinema e ristoranti.

Il provvedimento, tra le altre cose, delimita il campo d’azione proprio e dei governatori, facendo salve le ordinanze locali per altri 10 giorni: “I governatori”, ha continuato, “potranno adottare nell’ambito delle loro competenze anche provvedimenti più restrittivi”. Fermo restando la funzione che spetta al governo di coordinamento e omogeneità. Inoltre, viene stabilito che il premier riferisca alle Camere ogni 15 giorni. Per quanto riguarda infine la durata delle misure, Conte ha specificato che seppur l’emergenza sia stata dichiarata fino al 31 luglio, è da considerarsi un “termine estremo” e l’obiettivo del governo è quello di togliere le misure molto prima per ritornare gradualmente alla normalità. Il decreto Sanzioni inizierà il suo percorso in Parlamento da Montecitorio, dove verrà fatta la prima lettura.

Le sanzioni – “A livello sanzionatorio”, è stato l’esordio di Conte, “abbiamo introdotto una multa che può andare da 400 euro a tremila euro. Ma qualora la violazione fosse compiuta con un veicolo la sanzione verrebbe aumentata fino a un terzo“. Ovvero fino a 4mila euro. Quindi “alla contravvenzione ora prevista si sostituisce questa sanzione pecuniaria”. Per i veicoli però, non c’è il fermo amministrativo. Per i recidivi si prevede il raddoppio.

Su stimolo del capo della polizia Franco Gabrielli e pressing dei democratici guidati da Andrea Orlando, il governo ha scelto una linea ferma: finora c’era un’ammenda di massimo 200 euro che viene sostituita da una multa che parte da 400 euro. “Misure rigorose ma necessarie”, ha commentato il sottosegretario Riccardo Fraccaro. C’è anche la chiusura per 30 giorni, una volta superati i blocchi, per i bar e i negozi che violino i divieti. E controlli affidati sul territorio anche ai militari, per rafforzare le forze dell’ordine: “Non c’è nessuna militarizzazione”, ha chiarito però Conte. Le nuove regole saranno valide anche per chi sia già stato sanzionato, limitando così anche il rischio di ricorsi a raffica in tribunale.

Infine, viene punito col carcere da uno a cinque anni chi è in quarantena perché positivo al Coronavirus ed esce intenzionalmente di casa violando il divieto assoluto di lasciare la propria abitazione. Si incorre in un reato contro la salute pubblica, provocando il diffondersi dell’epidemia.

Il rapporto col Parlamento – Nel testo si è affrontata anche la necessaria centralità del Parlamento in queste ore di emergenza nazionale, dopo le proteste delle opposizioni e di Italia viva. D’ora in poi tutti gli interventi, anche i dpcm, saranno comunicati ai presidenti delle Camere e ogni 15 giorni il premier o un ministro riferiranno in Aula. “Abbiamo deliberato”, ha detto ancora Conte, “l’adozione di un decreto legge che riordina la disciplina anche dei provvedimenti che stiamo adottando in questa fase emergenziale. Il nostro assetto non prevedeva un’emergenza di questo tipo. Con questo decreto legge abbiamo regolamentato più puntualmente e in modo più trasparente i rapporti tra l’attività del governo e del Parlamento”. La prima comunicazione di Conte è prevista già per il 25 marzo a Montecitorio alle 18 e a Palazzo Madama il 26 alle 10.

I rapporti con le Regioni – Conte ha poi annunciato che nel decreto si è voluta fare chiarezza sulle varie ordinanze adottate dalle singole Regioni. Un punto cruciale, dal momento che nelle scorse ore erano stati i singoli governatori a chiedere chiarezza su cosa avesse preminenza, se le singole ordinanze o gli atti dell’esecutivo: “Abbiamo regolamentato in modo lineare i rapporti tra gli interventi del governo e quelli delle regioni”, ha spiegato il premier. “Lasciamo che i presidenti delle Regioni possano adottare nell’ambito delle loro competenze anche provvedimenti più restrittivi, più severi e ovviamente però rimane la funzione di coordinamento, di omogeneità che viene assicurata a tutto il territorio nazionale dai nostri interventi”. Quindi ha specificato: “La competenza sulle misure restrittive deve essere dello Stato. Alle Regioni lasciamo la possibilità di adottare altre misure”.

Le misure reiterabili – Per tutto il pomeriggio, la diffusione delle bozze ha fatto discutere e in particolare non sono mancate le preoccupazioni sulla data limite per il rinnovo delle misure: il 31 luglio. “Si è creata discussione”, ha detto il premier sempre in conferenza stampa, “sul fatto che l’emergenza sarebbe stata prorogata fino al 31 luglio 2020: nulla di vero, assolutamente no. A fine gennaio abbiamo deliberato lo stato di emergenza nazionale, un attimo dopo che l’Oms ha decretato l’emergenza un’epidemia globale. L’emergenza è stata dichiarata fino al 31 luglio. E0 solo uno spazio teorico, ma ho fiducia finisca prima. Non significa che le misure restrittive saranno prorogate fino al 31 luglio“. E ha concluso: “Siamo pronti in qualsiasi momento e ci auguriamo prestissimo di allentare la morsa delle misure restrittive e superarle”.

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