“La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”. È la conclusione a cui è giunge Gordon Lichfield, direttore del Mit Technology Review (la rivista del Mit, il Massachusetts Institute of Technology, ndr) in un’analisi dal titolo “We’re not going back to normal” (“Non torneremo alla normalità“) che si basa sulle simulazioni dell’Imperial College di Londra sull’espansione dell’epidemia di coronavirus nel Regno Unito. Le stesse che hanno convinto gli irriducibili Boris Johnson e Donald Trump a mettere finalmente in atto nei rispettivi Paesi misure restrittive come quelle già in vigore in Italia.

“Per fermare il coronavirus dovremo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari”, spiega Lichfield. Ma non fino al 3 aprile e neanche fino ai primi di maggio. Probabilmente in un certo qual modo sarà per sempre. In queste prime settimane di quarantena noi italiani abbiamo sperimentato un cambiamento drastico del nostro stile di vita. Routine stravolta, lavoro da riorganizzare e tanto, troppo tempo da passare in casa, magari con la famiglia, tra quelle quattro mura che fino a un mese fa molti frequentavano giusto le ore della cena e del riposo notturno. Passato lo stordimento iniziale, abbiamo iniziato a prendere confidenza questa nuova quotidianità che sta diventando la nostra normalità e anche l’economia lo farà, con un boom dei servizi di quella che è già stata ribattezzata come la shut-in economy. Sì, perché il concetto stesso di normalità è destinato a cambiare, per lungo tempo. Finché nel mondo continuerà a girare questo virus e non si sarà trovata una cura. È un cambiamento che dovremo interiorizzare in fretta, per impedire ai sistemi sanitari e all’economia di collassare, moltiplicando i danni dell’epidemia.

Il team di epidemiologi dell’Imperial College di Londra guidato da Neil Ferguson (ora anche lui malato di coronavirus, ndr) ha simulato l’evoluzione dell’epidemia nel Regno Unito in diversi scenari, ognuno caratterizzato da diverse misure di contrasto. Gli autori stimano che strategie “leggere” (come quella inizialmente ipotizzata da Trump e Johnson, basata sull’isolamento dei casi sospetti, la quarantena dei loro parenti e l’isolamento sociale di anziani, immunodepressi e pazienti cronici) potrebbero dimezzare i decessi e ridurre di 2/3 il flusso di malati nei reparti di terapia intensiva. Tuttavia solo nel Regno Unito morirebbero così centinaia di migliaia di persone e il sistema sanitario collasserebbe comunque. Per questo l’unica soluzione al momento valida per arginare l’epidemia è il distanziamento sociale, che rallenta la diffusione del virus in modo che il numero di persone malate contemporaneamente non causi il crollo del sistema sanitario, come si sta rischiando in Lombardia. In Cina ha funzionato: oggi per la prima volta da gennaio non c’è stato alcun nuovo caso.

Il problema è che tali misure dovrebbero restare in vigore finché non sarà disponibile un vaccino, cioè per almeno 18 mesi, secondo gli autori. Sempre ammesso che un vaccino sia possibile. La simulazione prevede che ogni allentamento delle restrizioni prima che l’epidemia sia completamente debellata consentirà al virus di diffondersi di nuovo e quindi dovremo ricominciare da capo. Per questo, i ricercatori dell’Imperial College hanno proposto di imporre misure di allontanamento sociale più estreme ogni volta che gli accessi alle unità di terapia intensiva iniziano ad aumentare e rilassarle ogni volta che iniziano a calare. Anche in questo modo però i costi – sia in termini di vite umane che economici – saranno altissimi e non è detto che potremo permetterceli. Non senza ripensare le interazioni sociali, cambiare radicalmente stile di vita e, nei limiti del possibile, l’organizzazione dei processi produttivi.

Così, per esempio, Lichfield nella sua analisi immagina un mondo in cui per salire su un aereo dovremo sottostare alle indicazioni di app che tracciano i nostri spostamenti (già usate in Cina), in modo che la compagnia aerea riceva un alert se ci siamo avvicinati troppo a persone infette o focolai d’infezione. Un sistema simile potrebbe essere usato per filtrare l’accesso anche ad altri luoghi pubblici. Oggi i nightclub chiedono di dimostrare la maggiore età e non fanno entrare se non si è “in lista”, domani potrebbero farci i controlli sulla temperatura e consentire l’ingresso solo a chi è munito di mascherina. D’altra parte abbiamo già vissuto un drastico cambiamento in termini di controlli e misure di sicurezza dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre, quindi ci si adatterà anche a questi. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone.

L’economia e la tecnologia ci verranno però incontro: già stiamo vedendo nascere decine di servizi a distanza, come gli allenamenti delle palestre trasmessi in diretta sui social. È l‘inizio di quella che il Mit definisce la “shut-in economy”. D’altra parte però, non mancheranno i risvolti positivi: la diminuzione dei viaggi ridurrà l’impatto sull’ambiente, sarà favorito il ritorno a filiere produttive locali, a spostarsi a piedi o in bicicletta, riscoprendo il piacere (e il valore) di una passeggiata all’aria aperta. Saranno potenziati i sistemi sanitari e le attività di ricerca scientifica e le nuove scoperte saranno utili per evitare nuove pandemie.

Il mondo è cambiato molte volte, e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e di creare relazioni. Ma come per tutti i cambiamenti, ci saranno alcuni che ci perderanno più degli altri, e saranno quelli che hanno già perso troppo. Il meglio che possiamo sperare – conclude Lichfield – è che la profondità di questa crisi costringa finalmente i Paesi e gli Stati Uniti in particolare, a porre rimedio alle palesi ingiustizie sociali che rendono così intensamente vulnerabili ampie fasce della loro popolazione”.

Memoriale Coronavirus

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