di Andrea Lisi

Se da un lato lo stato di allerta nazionale stimola il ricorso a strumenti digitali di lavoro e intrattenimento, tramite la (ri)scoperta di smart working, e-learning, streaming, shopping online (…), dall’altro manca la prontezza di gestire l’emergenza con un reale cambiamento attraverso soluzioni poco burocratiche e magari totalmente digitali. Mi riferisco alle autodichiarazioni cartacee da scaricare dal sito del Ministero dell’interno per poter giustificare un proprio spostamento da casa.

Ma andiamo con ordine.

Perché è importante parlarne

L’Italia è zona rossa. Lo “stare a casa” è imperativo per contrastare l’avanzata del Covid-19. Tuttavia, per quelle poche persone che avessero necessità, il Ministero dell’Interno ha appunto reso disponibile un modulo di autodichiarazione, documento necessario per spostarsi anche all’interno del comune di residenza.

Nel documento occorre “dichiarare” (non comprovare, attenzione!) la motivazione dello spostamento. Quindi si dovrebbe: scaricare il documento, compilarlo e firmarlo, esibirlo in caso di richiesta e attendere l’eventuale controfirma dall’operatore di polizia, al momento del controllo. In caso di mancata autodichiarazione o di motivazione insufficiente scatterebbe la denuncia per il reato previsto dall’art. 650 c.p. che prevede l’arresto fino a tre mesi. Almeno così sembrerebbe da una lettura veloce della questione.

Il “contagio” burocratico…

L’autodichiarazione è stata introdotta dal Dpr 445/2000, originariamente pensata proprio per eliminare la (troppa) carta “certificata”, ma ecco che oggi arriva il governo che in una situazione di emergenza ci costringe a stampare moduli e riempirci le tasche di carta pronta all’uso. Da giurista direi che questo modus operandi è una follia. Tutto si è ulteriormente distorto a causa sia di articoli frettolosi di organi di stampa che spiegano che occorre obbligatoriamente stampare il modulo e portarlo con sé e sia dei vari post sui social.

Abbiamo in realtà burocraticamente confuso le “autocertificazioni” con le dichiarazioni rese avanti a una Forza di polizia di controllo, che andrebbero semplicemente verbalizzate a loro cura, considerate le funzioni di pubblico ufficiale. In breve: l’atto di autodichiarazione (o meglio dichiarazione sostitutiva) nella sua redazione e sottoscrizione è un “atto personale” della cui rispondenza a vero si fa carico il dichiarante, sul quale ricade ogni responsabilità civile e penale.

Quello che non risulta chiaro è perché sullo stesso atto ci sia anche apposta la firma dell’agente di polizia. Questo atto, infatti, o è una semplice autodichiarazione di un privato cittadino, come previsto dal Dpr 445/2000, oppure un atto pubblico reso dall’organo di polizia. Tertium non datur.

E in ogni caso le eventuali sanzioni di carattere penale sono previste anche dal citato Dpr 445/2000 e applicabili solo in caso di dichiarazioni non veritiere raccolte dagli organi preposti, ma non possono essere applicabili solo perché un privato cittadino non dovesse portare con sé un modulo che peraltro potrebbe anche essere impossibilitato a stampare, perché chiuso in casa senza una stampante!

Arriva l’emergenza e dimentichiamo tutto?

Avrebbe avuto (forse) un maggiore senso giuridico prevedere la compilazione di un singolo modulo di autodichiarazione e la successiva consegna a una sola autorità preposta che, a sua volta, lo avrebbe dovuto registrare in forma digitale e rendere così disponibile in un unico archivio centralizzato a cura delle Forze di Polizia e Sicurezza, ma aver previsto questi moduli cartacei ha reso la procedura di controllo a cura del Ministero dell’interno un pasticcio giuridico!

E non sarebbe per nulla impossibile procedere digitalmente nella raccolta delle dichiarazioni dei cittadini, anzi, dagli anni ’90 leggi italiane prevedono procedimenti amministrativi totalmente digitalizzati che avrebbero – attraverso appunto app sviluppate anche per l’occasione (ma che da tempo dovrebbero essere in uso nella nostra Pa) – velocizzato di molto procedure farraginose di acquisizione cartacea di informazioni.

D’altronde basterebbe seguire l’esempio della Cina dove è possibile “autodichiarare” via app, tramite un QrCode, veloce e senza contatto fisico.

…e la diffusione del virus

Insomma, comprendo che in una situazione di emergenza sanitaria questa potrebbe apparire una polemica giuridica pretestuosa, ma l’assurdità della procedura attualmente in atto risiede anche nel fatto che la circolazione dei moduli stampati potrebbe contribuire alla diffusione stessa del contagio! Basti pensare a ciò che avviene ogni giorno con la circolazione del denaro contante ad esempio, come l’Oms ha cercato in più occasioni di evidenziare. Non si poteva agire un po’ meglio?

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