I commissari di Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal hanno firmato l’accordo che cancella le cause civili in corso e modifica il contratto di affitto e acquisizione, con la finalità di rinnovare il polo siderurgico con base a Taranto. Un’intesa arrivata sul gong, ad appena due giorni dal faccia a faccia nel tribunale di Milano per la discussione del ricorso d’urgenza presentato dall’amministrazione straordinaria per frenare l’atto di citazione con cui, lo scorso 4 novembre, la multinazionale voleva dare l’addio all’Ilva.

Ma l’accordo, al di là di sotterrare l’ascia di guerra nelle aule di tribunale, è sostanzialmente ‘vuoto’ e i sindacati avanzano già l’ipotesi di uno “stallo” totale nel 2020 e all’orizzonte, come già anticipato da Il Fatto Quotidiano diverse settimane fa, si profila la possibilità che nei prossimi mesi ArcelorMittal decida comunque di abbandonare lo stabilimento jonico pagando una penale, lasciando così allo Stato il carico di un rilancio “green” e le conseguenze occupazionali visto che nei prossimi 5 anni dovrà essere usata la cassa integrazione in maniera massiccia.

Nel dettaglio, il nuovo contratto prevede l’ingresso nel capitale sociale, tramite un aumento di capitale, di investitori pubblici e privati. In caso contrario, per ArcelorMittal sarà possibile “esercitare il recesso, con una comunicazione da inviare entro il 31 dicembre 2020, nel caso in cui non sia stato sottoscritto il nuovo contratto di investimento entro il 30 novembre” a fronte di una “una caparra penitenziale di 500 milioni di euro”. In caso di permanenza, la multinazionale si impegna “ad impiegare” alla fine del nuovo piano industriale 2020-2025 “il numero complessivo di 10.700 dipendenti”, cioè quanti ne sono impiegati attualmente. Nel frattempo, però, dovrà raggiungere entro il 31 maggio un accordo con i sindacati per utilizzare anche la cassa integrazione straordinaria fino al raggiungimento della “piena capacità produttiva”. Le parti si impegnano poi a favorire la ricollocazione dei dipendenti rimasti all’amministrazione straordinaria.

Sotto il profilo industriale il nuovo piano è fondato sulla riduzione del 30% dell’uso del carbone, il rifacimento degli impianti, l’adozione di tecnologie produttive rispettose dell’ambiente (forno elettrico e utilizzo del preridotto) e in prospettiva uso di idrogeno. Il nuovo piano dunque consentirà la graduale decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto in una ottica di transazione verso tecnologie green. Nei prossimi 5 anni è previsto il completamento delle attività legate alla realizzazione dell’Aia e il completo rifacimento dell’altoforno 5.

Per i sindacati la strategia del governo “non è chiara” in merito al “risanamento ambientale, alle prospettive industriali e occupazionali del gruppo”. A questa incertezza, ad avviso delle segreterie di Cgil, Cisl, Uil e delle rispettive sigle metalmeccaniche, “si somma una totale incognita sulla volontà dei soggetti investitori, a partire da ArcelorMittal, riguardo il loro impegno finanziario nella nuova compagine societaria che costituirà la nuova AMinvestco”.

Lamentando che il negoziato in questi mesi non ha mai contemplato “alcun coinvolgimento” delle organizzazioni sindacali, i metalmeccanici ricordano che la nuova fase di mezzo arriva “dopo due anni di ulteriore incertezza, particolarmente rischiosa per una realtà industriale che necessita invece di una gestione attenta e determinata”. A ciò, ricorda Fiom, Fim e Uilm si somma “una congiuntura sfavorevole del mercato” dell’acciaio.

“Nello specifico – continuano le tute blu – ci sembra di totale indeterminazione: il periodo di tempo senza una governance chiara; il ruolo delle banche e dell’investitore pubblico; il mix produttivo tra ciclo integrale e forni elettrici; il ruolo conseguente delle due società; la possibilità con questo piano di occupare i 10.700 lavoratori più i 1.800 in amministrazione straordinaria e i lavoratori delle aziende di appalto, che l’accordo del 6 settembre 2018 assicurava”.

Il pre-accordo firmato oggi, ricorda, “prevede un aumento dei lavoratori in cassa integrazione e il vincolo dell’accordo sindacale entro il 30 maggio senza una nostra preventiva condivisione del piano e degli strumenti adottati”. In sostanza, per i leader sindacali, l’assetto complessivo del piano rischia di essere “insostenibile “alla luce della sua “scarsa verticalizzazione produttiva (tubi, laminati, lamiere, treni nastri) i cui investimenti sono molto inferiori al piano da noi sottoscritto e la positiva previsione di ripartenza dell’Afo5 ha tempistiche del suo rifacimento troppo dilatate nel tempo”.

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