Si dice che in tempo di crisi l’uomo tiri fuori il suo lato peggiore. O la sua vera natura. Stiamo vivendo, per mano di un tam-tam mediatico senza precedenti, una situazione di panico diffuso e una contingenza straordinaria, che fornisce l’opportunità di osservare di prima mano come l’uomo reagisca sotto uno stress reale o presunto.

L’avvento/evento Coronavirus pompato e spettacolarizzato da media, social, passaparola fa sì che l’uomo, messo in una condizione di angoscia alimentata da un vociare continuo, si trasformi in una bestia mossa dall’impulso a lui più congeniale: l’istinto di sopravvivenza.

Nella logica di una lotta (anche contro i mulini a vento, ma per chi ne sia convinto è reale), l’uomo deve individuare il pericolo. Se questo non è tangibile, allora l’avversario si concretizza in un altro uomo, il suo prossimo, colui che meglio può incarnare la minaccia.

L’uomo smette di utilizzare il proprio raziocinio, di mantenersi integro, e cede all’ansia. Da quel momento è questa a governarlo, a reinventarne le regole sociali, ragione e tolleranza vengono meno. Si combatte contro qualcosa che non ha una vera fisionomia, perciò crearne i contorni e dargli un volto ce lo rende più circoscrivibile, battibile.

Individuato un target, l’uomo veste i panni dell’inquisito-logo diffidando del suo vicino, attacca senza motivi fondati, criminalizza e addita chiunque non segua il suo dettame. Diventa feroce, disumanizzato. E vede coloro che gli stanno accanto non più come suoi simili, ma soggetti da debellare, isolare, cancellare dalla sua vita.

Nell’ottica della paura, la situazione del Coronavirus ha esplicitato un concetto che, se ampliato, è più temibile del virus stesso: l’uomo del terzo millennio è un esserino piccolo piccolo al quale si può far credere e pensare qualsiasi cosa. Instilla una paura nel cuore degli uomini, nutrila, e troverai il tuo maggiore alleato.

Può sembrare un ossimoro, ma non lo è. La fragilità dell’uomo origina dal suo grande privilegio di fondo. Viviamo nell’era della vita eterna, l’età media si è dilatata, le malattie sono meno temibili grazie alla scienza, sprechiamo il cibo più che sentirne la penuria. L’uomo occidentale vive in tempi benevoli. Morte e malattia – per chi ha il lusso di non averle incontrate in famiglia – sono spauracchi da allontanare con una scrollata di spalle, un pensiero scomodo da scacciare come una mosca sul piatto. Tutt’al più un fastidio da lasciare ai paesi sottosviluppati.

Ecco perché, nel riportarci a una condizione di non invincibilità (seppur estremizzata dai media), il virus e la sua presunta superiorità ci riconducono su un piano terreno, fragile. Dove non siamo più super-uomini che veleggiano verso un orizzonte senza ostacoli né marosi, ma umili pedine di una vita che, per forza di cose, non si può sempre controllare.

Ma anziché ritrovarci e riunirci con gli altri esseri umani, in questo mare impetuoso che è vivere, ne proviamo quasi orrore e li scansiamo via, isolandoci dentro le nostre case, specchio delle nostre anime disinfettate con l’Amuchina.

Quando anche il Coronavirus diventerà un fatto di cronaca passata, scoppiato all’inizio dell’anno 2020 e scalzato da altri eventi o emergenze, scopriremo che fu tanto rumore per nulla e torneremo a ossessionarci sulle nostre vite autoreferenziali.

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