Chi scrive vive a Milano e assiste in prima persona all’ansiogena decadenza di una città vittima di se stessa, prima ancora che di un virus. Il silenzio assordante degli scaffali di pasta nei supermercati, completamente vuoti, evoca scene da fantascienza apocalittica. Gli fanno eco gli sguardi torvi dei passeggeri di bus e metro che scrutano con fare sospetto i presenti nell’ambiente circostante, tutti potenziali untori.

È la messa in scena di uno spettacolo infausto, in cui la paranoia collettiva domina sulla razionalità del singolo. Sentimenti di individualismo e competizione – tanto cari al mondo del business di cui Milano è capofila – vengono esposti nella loro versione peggiore. Il caso del coronavirus sta infatti manifestando i lati più oscuri della società civile, in un’invisibile partita dominata dalla logica del tutti contro tutti.

Da quando Ministero della Salute e Regione Lombardia hanno predisposto un’ordinanza per le province sul territorio, città come Milano sono di fatto rimaste paralizzate – ma non per questo la conversazione è si arrestata, specie online. Dato che Internet e i social media non cambiano la realtà, ma semplicemente la espongono in vetrina per quella che è, tanto nei supermercati quanto sul web il quadro assume sembianze tragicomiche. E questo è quello che è emerso canale per canale.

1. La bagarre su LinkedIn intorno al tema dello smart working. Le aziende sul territorio hanno infatti comunicato ai propri lavoratori di stare a casa, su base più o meno volontaria, per operare a distanza. Il lavoro da remoto, pratica professionale più che consolidata in aree del mondo come quello anglosassone, è così diventato subito oggetto di discussione sul social dei professionisti. Come fa notare Francesco Agostinis in un post poi divenuto virale su LinkedIn, potrebbe essere “la volta buona che si inizi a capire come spesso la necessità di avere le persone sempre presenti in ufficio sia solo un retaggio di un sistema pre-digitale”.

La psicosi collettiva ha infatti costretto molti imprenditori vecchio stampo ad accettare l’idea di non poter svolgere il ruolo di padre-padrone che tutto deve vedere per garantirsi il pieno controllo sull’operatività. Concetto romantico ma anacronistico, che lo stress da Covid-19 ha costretto a mettere in discussione grazie allo smart working forzoso.

2. La compulsiva propensione all’autodiagnosi da Google. Dopo decenni di consumo mediatico abbiamo imparato che saper leggere è diverso da saper comprendere, e che accedere alle informazioni non necessariamente significa essere in grado di metabolizzarle. A sfidare la pazienza del personale medico in questi giorni sono infatti gli utenti con un master in medicina ottenuto presso l’Università di Google, che allarmano se stessi e le strutture ospedaliere sulla base di autodiagnosi compiute online.

In un’epoca in cui l’opinionismo da bar ha trovato una florida piazza digitale in cui manifestarsi, buona parte della popolazione civile sente il diritto di poter esprimere in modo confidente opinioni personali su questioni specialistiche che non corrispondono al proprio effettivo dominio di competenza. Cercare informazioni su Google è bene, avere la presunzione di presentarsi dal dottore sostenendo di avere sicuramente il coronavirus no.

3. La dilagante ironia su WhatsApp. La moderna strategia per sconfiggere il male dopotutto è anche deriderlo online a suon di video, vignette e gif. A dominare la scena vi sono contenuti irreali, tipo la nuova Barbie in versione milanese con la mascherina protettiva. Succede inoltre che diventi virale il video del cittadino veneto che dinnanzi ai microfoni di una giornalista di Antenna 3 affermi coraggiosamente che “l’alcool protegge” dal coronavirus.

Azzardando un parallelismo ardito, la scenetta ricorda il passaggio del Decameron in cui Boccaccio fa presente che alcuni “affermavano il bere esser medicina certissima” contro la peste. Cambiano le patologie e i mezzi di comunicazione, ma a quanto pare resta l’istinto umano di ridere in faccia alla morte per esorcizzarla.

4. Il ruolo chiave di Twitter come epicentro della conversazione. Parliamo di un canale colmo di criticità dal punto di vista del prodotto, ma con una funzione sociale ancora solida e insostituibile. A differenza di altri canali come Facebook e LinkedIn in cui la pratica di ricercare informazioni per hashtag è ancora diffusa poco o nulla, Twitter si conferma il luogo in cui aggregare in massimo 280 caratteri l’essenza del dibattito di una nazione su uno specifico tema. I trending topic sono tutti orientati al Covid-19, e in un attimo sintetizzano le fazioni disposte sul campo di battaglia. Nord contro sud, anziani contro giovani, destra contro sinistra, paranoia vs ironia.

5. L’inquietante successo dei siti di e-commerce. Il detto recita che ogni crisi costituisca anche un’opportunità. Proverbio nobile, ma difficile da sposare nella misura in cui l’opportunità venga intesa come occasione per lucrare sull’ignoranza altrui. Succede allora che maxi confezioni di Amuchina e scorte secolari di mascherine antivirus vengano prese d’assalto al punto da terminare le scorte di molti, consentendo agli attori rimasti in gioco di gonfiare artificialmente i prezzi e vendere i prodotti pseudo-salvifici a peso d’oro.

Curioso notare, inoltre, che nell’immaginario collettivo le mascherine servano a proteggere dal virus: è vero il contrario, ovvero che la mascherina serve a chi è già malato per ridurre la possibilità di contagiare gli altri. Una spiacevole disconnessione tra mezzo e fine.

La conclusione va ben oltre il web. Si dice che la vera natura di una persona venga fuori nei momenti di difficoltà. Se lo stesso ragionamento può essere esteso dal singolo alla collettività, il torbido spettacolo a cui stiamo assistendo imita l’essenza di una popolazione che tanto offline quanto online tende a escogitare metodi per frammentarsi piuttosto che unirsi sotto il segno di una stessa problematica.

Il sentore è quello di rivivere in salsa digitale una rinnovata versione del Decameron, in cui Internet si sostituisce a Boccaccio e dipinge per noi un quadro tragico in cui la malattia diffusa porta alla dissoluzione dei rapporti civili, e persino allo sfaldamento dei principi di affetto. Come lettori di questa opera armiamoci di coraggio e razionalità cercando, per una volta, di metterci dalla parte giusta della storia.

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