I familiari di Patrick George Zaky, lo studente egiziano che stava svolgendo un master a Bologna e arrestato venerdì al Cairo, parlano per la prima volta e lo fanno con un comunicato pubblicato sulla pagina Facebook “Patrick Libero” nel quale chiedono l’immediata liberazione del giovane studente, “mai stato fonte di minaccia o di pericolo per nessuno”.

Mentre Amnesty International fornisce ulteriori particolari sulla detenzione dello studente egiziano, “torturato per 17 ore, anche con scariche elettriche”, e uno degli avvocati che segue il caso rivela che Zaki “ha chiesto di essere visitato da un medico legale per mettere agli atti le tracce della tortura subita”, i genitori affidano ai social il proprio messaggio al governo egiziano e alle altre autorità coinvolte: “Non riusciamo ancora a comprendere le accuse mosse a Patrick, nostro figlio non è mai stato fonte di minaccia o di pericolo per nessuno, anzi, è stato una costante fonte di sostegno e di aiuto per molte persone”, esordiscono.

Nel loro comunicato, spiegano che lo studente “è tornato in Egitto per una breve vacanza dai suoi studi in Italia, per venire a trovare noi e i suoi amici e per passare un po’ di tempo insieme prima di tornare alla sua intensa vita accademica. Non avremmo mai immaginato che potesse essere trattato in questo modo, né che avremmo vissuto anche solo per un giorno con una paura e un’ansia senza precedenti per la sicurezza e il benessere di nostro figlio. Non sappiamo nemmeno quando o come finirà questo incubo”.

La prima preoccupazione della famiglia è quella di non far abbassare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità sul caso di Patrick, col rischio che diventi solo l’ultimo dimenticato tra i migliaia di oppositori politici e critici del regime di Abdel Fattah al-Sisi finiti nelle carceri egiziane: “Noi, la famiglia di Patrick, chiediamo a tutti di stargli vicino e di sostenerlo in questa situazione di difficoltà e dichiariamo il nostro pieno sostegno alle richieste dei suoi amici e colleghi dentro e fuori dall’Egitto, che insistono sull’immediato e incondizionato rilascio di Patrick e sulla caduta di tutte le accuse, oltre alla garanzia che non ci saranno ulteriori persecuzioni nei confronti di Patrick o dei suoi familiari e che gli sarà permesso di continuare i suoi studi”.

Amnesty: “Interrogato e torturato per 17 ore, anche con scariche elettriche”
Bendato, ammanettato e torturato per 17 ore. Si è svolto così, secondo quanto riporta Amnesty International, l’interrogatorio a Zaki. Non solo le minacce, la Sicurezza nazionale, riferisce la ong, ha cercato di piegare il silenzio del giovane con colpi allo stomaco, alla schiena e con scosse elettriche. Tanto che uno degli avvocati che segue il suo caso, Hoda Nasrallah, ha fatto sapere che il giovane “ha chiesto di essere visitato da un medico legale per mettere agli atti le tracce della tortura subita”.

“È stato interrogato sul suo lavoro sui diritti umani e sullo scopo della sua permanenza in Italia e più volte minacciato, colpito allo stomaco, alla schiena e torturato con scosse elettriche – si legge in un tweet dell’organizzazione – Secondo il suo avvocato, i funzionari dell’Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa) hanno tenuto Patrick bendato e ammanettato per tutto l’interrogatorio durato 17 ore all’aeroporto e poi in una struttura della Nsa non resa nota, a Mansoura“.

La vicenda di Zaki è solo l’ultimo esempio di una politica messa in atto dal regime egiziano di al-Sisi nei confronti non solo degli oppositori politici, ma di tutti coloro sospettati di essere critici nei confronti del governo nato dal golpe del 2013. “L’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaki rappresentano un altro esempio della sistematica repressione dello stato egiziano nei confronti di coloro che sono considerati oppositori e difensori dei diritti umani, una repressione che raggiunge livelli sempre più spudorati”, ha aggiunto Amnesty che ha lanciato nei giorni scorsi una petizione in cui si chiede la liberazione di Zaki e che ha superato le 10mila firme che si aggiungono alle 15mila raccolte da Change.org.

Intanto, Italia e Unione europea monitorano la situazione senza intraprendere, per il momento, iniziative nei confronti del governo del Cairo. La principale difficoltà è legata al fatto che Zaki è un cittadino egiziano, in Europa solo per motivi di studio legati al programma Erasmus Mundus, aspetto sottolineato anche dal ministero dell’Interno egiziano per rivendicare il proprio diritto all’incarcerazione preventiva dello studente legata alle accuse a suo carico.

Mentre Roma, domenica, ha chiesto a Bruxelles di inserire il caso all’interno del meccanismo di ‘monitoraggio processuale’ coordinato dalla delegazione Ue che prevede l’invio di rappresentanti dei Paesi europei alle udienze in tribunale, dall’Unione fanno sapere che le istituzioni stanno ancora monitorando la situazione, ma che non è stato ancora deciso quali azioni intraprendere.

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