Ieri, 28 gennaio 2020, l’Ansa ha lanciato la notizia secondo cui anche il vescovo di Innsbruck, Hermann Gletter – dopo che lo aveva fatto anche il cardinale di Vienna, Christoph Schönborn -, si è schierato contro il divieto alle donne musulmane di portare il velo nelle scuole pubbliche. La notizia è subito ripresa da tutti i giornali, anche italiani, ed è immaginabile che susciterà una “guerra di religione”, almeno sul web.

Ecco i fatti. In Austria il partito popolare (destra) del cancelliere Sebastian Kurz (Övp) e il partito dei Verdi si apprestano a varare una legge che allarga fino all’età di 14 anni il divieto di portare il velo, già esistente per le bimbe musulmane delle scuole elementari.

Tra il 2010 e il 2011 i parlamenti di Belgio e Francia hanno approvato il divieto del velo islamico che copre il viso su tutti i luoghi pubblici del territorio nazionale. Nel Canton Ticino dal 2013 è vietato in pubblico nascondere il viso; nel 2015 il Consiglio Federale Svizzero ha approvato l’inserimento del divieto nella Costituzione cantonale del Ticino.

Negli altri Paesi europei non esiste alcun divieto sancito per legge. La sentenza n. 2010-1192 (01-07-2014) della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che “non contrasta con la Cedu, né costituisce violazione della libertà religiosa del ricorrente, la legge francese del 2010 che pone il divieto di indossare il velo islamico nei luoghi pubblici”.

Il velo islamico è una delle espressioni identitarie della cultura medio orientale, araba e musulmana in particolare. Per molti è un segno di sudditanza della donna e proibirlo è affermare la pari dignità della donna in una società evoluta. Altri, specialmente le donne musulmane, rivendicano il diritto di portare il velo, sotto qualsiasi foggia, parziale o totale, perché espressione religiosa e culturale di chi lo indossa.

Per nessuno è un problema il velo (copre solo i capelli) o il chador (mantello che copre la donna lasciando il volto scoperto). Il problema in occidente si pone per il niqab che copre il capo, lasciando scoperti gli occhi e che è un completamento dell’abàya (che copre il resto del corpo) e, peggio ancora per il burqa: copre tutto il corpo da piedi a capo, con una fitta retina davanti agli occhi per vedere.

L’origine del velo si perde nella notte dei tempi ed è legato alle cosmogonie orientali, nelle quali emerge la colpa della donna nell’avere indotto l’uomo al peccato di trasgressione all’ordine di un dio. La condanna per questo sacrilegio è la sottomissione eterna della donna all’uomo che ne diventa proprietario. La donna non ha diritto di parola, non può testimoniare in tribunale, deve restare nascosta per svelarsi solo davanti al suo “signore/marito/padrone”.

Anche nell’harem la donna può essere discinta, ma deve portare il velo a copertura del volto e del capo. Il velo è proprio della tradizione ebraica, ripresa dal mondo cristiano, che lo sviluppò nei secoli, e infine dal mondo musulmano che lo mutuò dal cristianesimo.

Le monache e suore cristiane, cattoliche e ortodosse, portano ancora oggi il velo e quelle di clausura sono ancora oggi nascoste a occhi indiscreti, con il velo sostituito dalle grate di ferro. Nessuno, a rigore di ordine storico, può dire onestamente che il velo femminile sia una caratteristica solo musulmana, a meno che non sia in malafede. Fino oltre gli anni 50 del secolo scorso, cioè fino a 60 anni fa, le mie nonne portavano il velo che copriva il capo e gonne che coprivano l’intero corpo fino ai piedi.

È chiaro che il governo austriaco la vuole buttare in caciara e dimostrare nei fatti la propria attitudine razzista e xenofoba. L’allargamento del divieto austriaco e, prima ancora quello francese, belga o svizzero sono inficiati da nazionalismo etnico, quasi tribale, mentre vorrebbero farli apparire come fattori di “civiltà” senza rendersi conto di essere contraddittori e ignoranti. Hanno fatto bene i vescovi austriaci a protestare e a contrastare questo disegno disumano, perché motivato da ragioni discriminatorie e xenofobe. Non è una scelta politica, ma una forma di terrorismo razziale. Inaccettabile.

Altro, invece, sarebbe stato dire: riconosciamo pari diritti/doveri a tutte le cittadine di qualunque nazionalità. Nel rispetto delle leggi vigenti, chiunque può vestirsi come vuole; a tutti i cittadini è fatto divieto di svolgere attività pubblica o di apparire in pubblico con il volto coperto e non immediatamente riconoscibile per esclusivi motivi di ordine pubblico. Alle piccole cittadine austriache delle scuole materne (2018) ed elementari (2019) è già vietato coprirsi il volto in pubblico e dal 2020 il governo intende estendere questo divieto anche alle scuole medie per arrivare gradualmente all’intera società, senza distinzione, comprese le donne non nate in Austria, ma che hanno scelto il nostro Paese come luogo della loro vita.

Noi rispettiamo la religione, la cultura, l’origine, gli usi da qualsiasi nazionalità provengano. Ma andare incontro a popoli diversi e vivere presso di essi significa anche “mescolarsi” e lasciarsi contaminare. Per la ricchezza plurale, non per la grettezza singolare che chiude.

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