Qualche giorno fa Il principe Harry e Meghan Markle, Duca e duchessa di Sussex, hanno dichiarato di voler rinunciare allo “status senior all’interno della famiglia reale“. Un annuncio, arrivato su Instagram pochi giorni fa, che ha colto di sorpresa molti commentatori e commentatrici di quotidiani e magazine nel mondo. Una presa di posizione che, di fatto, contiene a mio avviso due questioni da sottolineare.

Il primo tema guarda in prospettiva la storia della monarchia britannica. Un’antica autorità che conserva simbolicamente le tradizioni storiche del Commonwealth, in un mondo che drasticamente cambia a una velocità incalcolabile. Un’istituzione che, da questo punto di vista, può rappresentare una sicurezza “psicologica” per il Regno Unito, mentre molte certezze sembrano svanire. Tuttavia però, la monarchia non ha mancato di mostrare nel corso del ventesimo e ventunesimo secolo tutti i suoi limiti che gli stessi britannici hanno più volte notato.

Ne è stato un esempio il recente “lascia passare” che Sua Maestà ha dato a Boris Johnson per la chiusura temporanea del parlamento inglese dello scorso settembre. La scelta della regina è dovuta essere una “non scelta”; un membro di una monarchia ereditaria non avrebbe potuto bloccare l’azione dell’esecutivo di un paese, ergendosi come garante della democrazia parlamentare – anche se alcuni di noi, nel profondo, avremmo voluto vedere questo paradosso in atto!

In ogni caso, questi limiti non dipendono necessariamente dalla personalità dei membri della famiglia reale, ma dall’anacronistico concetto di monarchia ereditaria, oramai superato nel continente europeo. E dunque, l’allontanamento di Harry e Meghan può essere interpretato in parte anche storicamente come un’altra pedina che cade di un’istituzione che si fa sempre più da parte e che sta esaurendo la sua funzione simbolica – ma che comunque, non esaurirà mai quella storica.

Il secondo tema riguarda invece la vita in vetrina della famiglia reale e il continuo scavare nella vita privata dei suoi membri. Sin dal secolo scorso, gli “scandali” hanno riempito le tasche di persone che si reputavano – e si reputano – “giornalisti”con articoli scandalistici sulla vita privata dei figli della regina (tradimenti, separazioni, e via dicendo). Una vita sicuramente sfarzosa, ma sacrificata all’immagine verso l’esterno, come ci ha brillantemente mostrato la serie The Crown creata da Peter Morgan.

Così sono diventati oggetto di lunghi articoli, per esempio, l’espressione bizzarra di Meghan durante un colpo di vento per strada o le reazioni “non da principino” del primo figlio di William e Kate durante una celebrazione pubblica. Reazioni che nella vita quotidiana di gente comune non attirerebbe l’attenzione di nessun lettore – neanche quella degli accaniti del gossip.

Questo tema si ricollega al primo per una triste ragione: parte della funzione simbolica della famiglia reale si è rinnovata nel quotidiano gossip banale e morboso dei popolarissimi tabloid e non solo: riflettori sempre accesi per commentare e giudicare performance di apparizioni pubbliche e scelte di vita – scelte che non hanno alcun valore politico per la nazione e forse nemmeno sociale.

Per queste ragioni, non mi sembra giusto giudicare Harry e Meghan nella loro decisione. Sembra che le persone si siano scordate che, per quanto “reali”, rimangono esseri umani. Come tali possono fare cose giuste, sbagliate o desiderare una vita diversa da quella che stanno vivendo. E per questo infine, mi piacerebbe che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, le vere motivazioni di questa scelta – quelle più personali – rimangano appunto, una questione privata della famiglia.

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