Thomas, liberiano di origine, esibisce le tessere plastificate dell’ultima scuola privata che ha frequentato a Monrovia. Morto suo padre di ebola e con sua madre ad occuparsi dei fratellini, non gli rimaneva che partire lontano per sperare di continuare gli studi.

Un conoscente avoriano gli promette, in cambio di soldi, di farlo arrivare in Israele dove avrebbe potuto realizzare il suo desiderio. Vende sacchetti d’acqua e porta a spasso mercanzia con la carriola fino a completare il montante richiesto dall’amico. Con lui partono due amici ed è con loro che arriva alla frontiera col Chad, che avrebbe aperto il cammino verso il Sudan e l’Egitto prima di tentare l’avventura in Israele.

Tornato a Niamey per mancanza di visto, persiste e crede nel suo piano senza immaginare che il cammino sia lungo, tortuoso, reso impossibile dalle frontiere e dal muro anti-migranti che Israele ha costruito per limitare l’arrivo di “indesiderati”. Thomas, coi suoi 21 anni imparati in fretta a memoria, vorrebbe continuare gli studi e diventare un giorno medico per curare i malati di ebola. Prima di congedarsi aggiunge che, con l’aiuto di qualcuno, è disposto a continuare gli studi in Liberia, lasciando Israele dietro i suoi muri.

Il lutto del progetto di Thomas si unisce a quello del Niger: a causa dell’attacco a un campo militare poco lontano dalla frontiera col Mali, in fretta rivendicato dallo Stato Islamico in Africa Occidentale, hanno perso la vita oltre 70 soldati nigerini. Si registrano altresì un numero imprecisato di militari dispersi e di uccisi del gruppo armato terrorista. L’attacco di martedì 10 dicembre a Inatès è il più grave registrato dal 2015, inizio dell’offensiva jihadista nel Paese. Per sottolinearne la gravità sono stati decretati tre giorni di lutto nazionale.

Non sono i primi e c’è da temere non siano gli ultimi in un contesto che è andato deteriorandosi a causa del contesto regionale. A parte la zona del sud-est attorno al lago Chad, c’è la frontiera della Libia, in permanente stato di guerra e i vicini Mali e Burkina Faso in preda a fenomeni analoghi di destabilizzazione armata.

Da tempo i villaggi attorno al campo militare hanno registrato la fuga di centinaia di persone. L’esodo è stato provocato da una serie di uccisioni mirate di almeno sette capi villaggio, tra questi anche quello di Inatès e il suo vice. Quello appena decretato è un triste lutto che segue di pochi giorni il Terzo Forum Africano sulla pace celebratosi per ironia della sorte proprio a Niamey. Le colombe della pace liberate alla fine del Forum sono ritornate in gabbia.

Mercoledì 18 dicembre il Paese celebra i 61 anni dalla proclamazione della Repubblica. La festa si farà proprio nel capoluogo della zona dove si è verificato il massacro, Tillabéri. Il disegno, scelto per l’occasione dal comitato di organizzazione, rappresenta una danzatrice sulla piroga e nello sfondo un ippopotamo: simboli questi che si vorrebbero di unità nazionale, espressione della cultura e tradizione nigerina.

Tra festa e lutto c’è continuità perché l’uno non potrà dimenticare l’altro. Né potrà passare, a suo tempo, sotto silenzio l’uso delle ingenti somme investite per la difesa nazionale, la nuova finanziaria che ne conferma le scelte a detrimento dei servizi sociali primari, e neppure il recente rapporto pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite sullo sviluppo (Pnud). L’indice dello sviluppo umano prende in considerazione vari criteri tra cui il reddito, l’accesso alle cure, il livello dell’educazione scolastica, il rispetto dei diritti umani e la speranza di vita.

Uno degli insegnamenti del rapporto è la realtà delle crescenti disuguaglianze tra paesi e all’interno dei Paesi. L’altro, che ci riguarda da vicino, è il posto che il Niger occupa in detto indice: l’ultimo. In effetti il nostro Paese, malgrado la commissione creata a questo scopo, i congressi, i palazzi, gli alberghi, il nuovo aeroporto e qualche strada più asfaltata delle altre, rimane fedele al buon numero di coda 189.

Ultimo della serie ormai da anni, come per condividere il lutto decretato dal governo. Il Niger, assieme ad alcuni paesi dell’Africa Occidentale e ad altri in preda a conflitti armati e altre situazioni drammatiche, continua ad annaspare nella sabbia del Sahel. E alla fin fine sarà ancora con lei e per lei, tramite cammini inediti e sovversivi, che il lutto si trasformerà in festa, che gli ultimi e i primi saranno insieme a smantellare frontiere, che le armi saranno seppellite per sempre e invece di eserciti ci saranno milioni di migranti a camminare sul mare coi loro documenti come vele.

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