Burkina Faso: un convoglio di cinque bus preso d’assalto da uomini armati che hanno lasciato a terra 38 morti e una sessantina di feriti. È solo l’ultimo di una serie di attentati, sempre più ravvicinati e cruenti, che stanno insanguinando non solo il Paese dell’Africa Occidentale, ma il Mali, il Niger, un po’ in tutto il Sahel, dove i vari gruppi terroristici che si rifanno ad al-Qaeda o, in misura minore, allo Stato islamico sembrano aver trovato nuovo slancio.

Stavolta, ad essere colpiti sono stati i pullman di una multinazionale canadese, la Semafo, che controlla due miniere d’oro nel Paese e si occupa proprio di estrazione e commercializzazione del metallo prezioso. L’attentato è stato solo l’ultimo di una serie ai danni della compagnia che, negli ultimi 15 mesi, era già stata attaccata altre due volte. In ottobre, poi, un altro assalto si era registrato per la prima volta contro un sito di estrazione artigianale, con una ventina di lavoratori uccisi. Un’escalation finora senza argine.

Questi fatti di cronaca confermano quanto denuncia l’ultimo rapporto di International Crisis Group, diffuso il 13 novembre, secondo cui il boom dell’estrazione di oro in Mali, Niger e Burkina Faso si sta trasformando in una nuova fonte di finanziamento per i gruppi armati della regione. Jihadisti compresi.

Il fenomeno – denuncia Icg – sarebbe in atto dal 2016, quando i gruppi armati hanno iniziato a prendere di mira i siti minerari delle aree in cui lo Stato è poco presente. Dal 2012 si è registrato un boom nello sfruttamento artigianale dell’oro nel Sahel, dopo la scoperta di un’enorme vena aurifera che attraversa il Sahara, dal Sudan fino alla Mauritania. Le miniere si trovano spesso in zone in cui il controllo statale è scarso o addirittura nullo. Si tratta di attività artigianali di ricerca ed estrazione, difficilmente monitorabili. I gruppi armati hanno quindi gioco facile nell’assumerne il controllo e sfruttarlo a proprio vantaggio, sia come forma di finanziamento che, addirittura, come occasione per reclutare nuove forze. Senza un pronto ed efficace intervento di regolazione e controllo, tale attività rischia di accrescere ulteriormente la violenza nell’intera regione.

I paesi dell’area stanno faticando non poco a mettere in sicurezza le miniere d’oro. Spesso le forze dell’ordine sono riluttanti all’idea di inviare uomini in zone rurali dove la loro presenza è percepita spesso in modo ostile e, in alcuni casi, contestata. Inoltre, dispongono di scarse risorse per far fronte ai gruppi armati che vi spadroneggiano. Così, spesso gli Stati tollerano o persino incoraggiano la formazione di milizie locali di autodifesa, alle quali delegano in maniera informale la sicurezza dei siti auriferi. Ma ciò non è più sufficiente e anzi rischia di favorire il crescente strapotere dei gruppi armati, anche terroristici, nell’area.

Inoltre, la crescita dello sfruttamento informale sta alimentando una filiera illegale, con la formazione e la crescita di una rete di contrabbando a livello locale, regionale e internazionale, i cui proventi finiscono, appunto, nelle tasche sbagliate, rafforzando i gruppi jihadisti ma anche, più in generale, il crimine transnazionale.

L’auspicio dell’International Crisis Group è dunque quello di una immediata presa di coscienza del problema e di un conseguente raddoppio degli sforzi da parte degli stati saheliani: urge mettere in sicurezza le zone aurifere e le miniere, assicurando la presenza di forze dell’ordine, ma anche controllando che da parte loro non ci siano abusi o “comportamenti predatori”. Fondamentale, infine, che anche gli acquirenti dell’oro rinforzino i controlli sulla filiera e implementino le regole sul commercio, per evitare di finanziare gruppi armati o di favorire il riciclaggio di denaro sporco. L’appello è rivolto in particolare ai tre maggiori importatori di oro dal Sahel: Emirati Arabi, Svizzera e Cina.

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