Il 20 aprile 2018, il corpo di Tim Bergling, in arte Avicii, viene ritrovato senza vita in un resort di Muscat, in Oman. Il dj e producer svedese aveva 28 anni, e da tempo la sua vita era caduta in una spirale di malessere che l’ha condotto prima lontano dai riflettori, poi alla morte. Una morte velata di mistero, dove si rincorrono voci – mai completamente confermate dalla famiglia – di suicidio. La tragica fine di un ragazzo baciato da un talento e da un successo smisurati ha acceso i riflettori su un mondo, quello dei dj, in cui stress, ansie, ritmi di vita insostenibili giocano un ruolo fondamentale nel saldo, spesso in negativo, delle vite degli artisti. Lo scorso 5 dicembre, Avicii è stato ricordato in una serata tributo a Stoccolma, uno show dove erano presenti superstar come Rita Ora, Aloe Blacc, Adam Lambert, Kygo, Dimitri Vegas & Like Mike e David Guetta.

Proprio Guetta, emblema del dj diventato popstar planetaria, all’indomani della serata in onore del collega, a cui era parecchio legato, ha rilasciato delle dichiarazioni a Rolling Stone, dicendo che “la morte di Avicii è un campanello d’allarme per tutti”, e raccontando poi i suoi lunghi trascorsi con Tim Bergling, dalle collaborazioni in studio ai consigli all’artista e al suo staff, che a parere di Guetta “spremeva” eccessivamente Tim, con agende fatte di 150 show all’anno, una media massacrante salita a quasi 200 al picco del successo di Avicii.

Il documentario ‘Avicii: True Stories’ racconta molto bene l’ascesa e lo schianto di un ragazzo che passa dalla cameretta ai contratti milionari, ai dj set davanti a decine di migliaia di persone ogni sera, e a ritmi di vita fuori scala. Avicii ha avuto un successo clamoroso tra i 23 e i 26 anni. Trentasei mesi nei quali tutto ha preso una velocità difficile da reggere. ‘Avicii: True Stories’ mostra un ragazzo di enorme talento diventare famoso, esserne felice, e diventare poi troppo famoso, averne paura, non riuscire a gestire il mostro della fama. Pancreatite, problemi con l’alcool, depressione, nausee, necessità di dire stop all’attività live, cancellare tour e annullare contratti con penali salate, con un manager che invece spinge per accelerare e non fermarsi mai. Poi, la voglia di isolarsi, staccare dalla musica e ricominciare a vivere come una persona normale. E non reggere nemmeno questo ritorno alla vita.

La storia di Avicii è un dramma, ci ha fatto capire quanto oggi tutto giri troppo velocemente. Se le band e i cantanti si prendono il tempo di scrivere, registrare, pubblicare un disco, andando poi in tour e prendendosi un anno sabbatico prima di ricominciare dopo i ritmi massacranti della vita on stage, per i dj tutto questo non vale. Lo dice David Guetta. Ed è vero. Un dj del suo calibro suona in media tre volte a settimana in altrettanti parti del mondo, a orari non proprio leggeri. In più, deve gestire la produzione in studio, le collaborazioni, le interviste, e molto altro. Un dj dal cachet più basso si trova spesso a fare una vita simile, magari con qualche impegno in meno ma con meno collaboratori, assistenti, senza jet privati e hotel a 5 stelle. Che se viaggiate ogni santo giorno, cambiano decisamente la vita. Non è una questione di vizi.

La vicenda di Avicii, e gli avvisi di un saggio David Guetta – che è al top da oltre dieci anni, e che il successo l’ha raggiunto tardi, molto dopo i 30 anni, in un arco di tempo lungo – puntano i riflettori sul tema della salute, fisica e mentale, di una categoria di artisti molto particolare. Se ne sono occupati in molti. In Italia, DJ Mag, la testata di settore più nota e “dentro” il mondo dei dj e dei club, ha approfondito spesso la questione. Un argomento a lungo ignorato, e per questo ancora più pericoloso: i dj passano molto tempo da soli, in hotel in aereo; i rapporti umani sono limitati e funzionali, i ritmi veloci e pressanti. Aeroporto, volo, transfer, hotel, transfer, consolle. Poi, due ore di adrenalina, davanti a moltissima gente che li ama e li adora. E poi, di nuovo, ON/OFF, in hotel da soli, un altro volo, un altro stop. L’aspetto peggiore di tutto questo è che non ci si può fermare, perché dare segni di cedimento o debolezza significa farsi mangiare date e terreno da una concorrenza sempre più spietata. Quindi, management e agenzie infilano date ovunque, sempre.

E nel frattempo, si deve essere sorridenti e mostrare entusiasmo e gioia sui social. Ma sempre più spesso il giocattolo si rompe. La morte di Avicii è diventata, nell’ambiente, una sorta di martirio, perché grazie al suo sacrificio molti hanno iniziato senza vergogna a cambiare rotta. David Guetta è il primo: “ora suono solo 100 concerti all’anno, 80 meno del solito”, dice sempre nell’intervista con Rolling Stone. Hardwell, per due volte incoronato come miglior dj al mondo sempre dalla rivista specializzata DJ Mag (la cui Top 100 DJs annuale coinvolge più di 1 milione e mezzo di votanti in tutto il mondo, ogni anno), ha deciso di ritirarsi del tutto dall’attività live, a meno di 30 anni. Gli italiani Marnik hanno fatto una scelta che li ha portati a dividersi i ruoli tra chi va a suonare e chi sta in studio. Enrico Sangiuliano, talento techno che dall’Italia sta rapidamente conquistando il mondo su consolle e palchi importanti dal Sud America all’Europa passando per gli Stati Uniti, ha messo dei paletti alla sua agenzia di booking, chiedendo un weekend senza serate ogni mese, per riposare corpo e mente e avere tempo per lavorare con calma in studio e frequentare amici e famiglia.

Già, un altro fattore fondamentale è questo. I dj vivono di notte nei weekend, momenti in cui chi vive di lavori più regolari si svaga o dorme. Difficile incontrare amici, famigliari e affetti. Si rischia una spirale senza ritorno, in cui non ci si connette mai con chi ha vite al di fuori dello show business. E a qualcuno sta bene: superstar dj come Steve Aoki e Tiësto suonano oltre 200 sere all’anno, e lo trovano umano, accettabile, forse difficilmente ne farebbero a meno. Ma per molti è un lavoro stressante, nonostante l’opinione comune che vuole i dj di successo come esseri inossidabili dediti a musica, sesso, droga e… dance. Ma la mitologia è una cosa, ed è bella, divertente. La vita vera è un’altra. Nel ventesimo secolo, vivere secondo le leggi del rock’n’roll ha bruciato prematuramente molte vite di talento. Oggi possiamo essere più saggi, tirare il freno e dare anche un esempio sano ai tanti giovanissimi dj del futuro.

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