Partiti in cerca di un lavoro. Gli emigranti esistono anche in Italia. Vanno verso il nord del Paese, verso l’Europa, verso l’America. Lasciano la famiglia come a inizio Novecento, con una ideale “valigia di cartone”. Ecco alcune delle loro storie raccontate a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com

Era il 1977 quando, poco dopo la laurea, il direttore di un’importante università siciliana in cui avevo studiato per due anni mi convocò nel suo studio. E con l’aria di chi tutto poteva, mi disse che, prima o poi per me ci sarebbe stato un posto in ateneo. Ringraziai e… mi misi immediatamente a cercare lavoro. Non potevo pensare di dovere essere grato a vita a quella persona per qualcosa che avrei dovuto ottenere soltanto grazie ai miei meriti sul campo. Feci alcuni colloqui di lavoro in giro per l’Italia e, mentre ero a Firenze per sostenerne uno, arrivò la possibilità di una supplenza annuale in uno sperduto paesino montano in Veneto. Accettai subito e partii immediatamente nonostante avessi con me soltanto una valigetta 48 ore.

Da lì, all’inizio senza troppa convinzione poi per scelta, cominciò la mia carriera nel mondo della scuola: prima precario, poi a tempo indeterminato, di ruolo e infine preside, solo e sempre per i miei meriti e senza dover ringraziare nessuno. Voltandomi indietro non rinnego nulla delle mie scelte che rifarei ancora adesso, compresa quella di non aver richiesto, quando ne avrei avuto la possibilità, il trasferimento in Sicilia. Sicilia in cui nulla è cambiato, anzi è peggiorato: nessuno dei figli di mia sorella o dei fratelli di mia moglie lavorano in Sicilia (chi in Spagna, chi in Veneto, chi in Toscana). Una terra meravigliosa che costringe i suoi figli a fuggire non ha un futuro ed è destinata ad una inesorabile decadenza.

Antonio

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