È possibile ragionare sul Mes (Meccanismo europeo di stabilità) senza partigianerie, ma facendo un parallelo con quanto accaduto in Grecia? Certo, la crisi di Atene è stata una di quelle circostanze uniche ed eccezionali, ma può rappresentare il metro di paragone per riflettere su pro e contro del Mes e senza preconcetti ideologici.

È un dato di fatto che in Grecia si sono verificati una serie di svarioni che hanno inciso non poco sull’esito finale della crisi, come ho scritto nel mio pamphlet Greco-eroe d’Europa (Albeggi, 2014). Il computo iniziale del fabbisogno è stato oggetto anche di una serie di valutazioni da parte del Fondo monetario internazionale, come scritto su queste colonne nel gennaio 2013, quando un alto dirigente del Fondo ammetteva di aver sbagliato i conti sulla voragine finanziaria ellenica. Cinque mesi dopo, uno studio di tre economisti rivelò che quell’errore di valutazione costò nove miliardi di euro alla Grecia.

Pubblicato nel giugno 2013 nell’Economic Review sotto il titolo di La crescita economica in Grecia: il costo di un programma di adeguamento non riuscito, lo studio fu firmato da Telemaco Efthymiades e Sotiris Papaioannou, ricercatori presso il Centro per la Pianificazione e Ricerche Economiche (Kepe) e Panagiotis Tsintzos, ricercatore associato presso l’Università Democrito di Tracia (LBB).

Secondo quel report, in tre anni il costo del fallimento del Fmi aveva toccato i nove miliardi di euro, ovvero l’equivalente di ciò che la Troika ha incassato dal prelievo forzoso nelle banche cipriote. Inoltre Daniel Leigh e Olivier Blancherd, all’epoca uno dei direttori delle analisi economiche del Fmi, avevano pubblicato tutte le loro perplessità nel documento intitolato Moltiplicatori fiscali ed errori nelle previsioni di crescita, affrontando analiticamente i casi di Spagna, Portogallo e Grecia. Ed evidenziando come la politica di austerity imposta dai creditori internazionali ai cosiddetti paesi Piggs, non controbilanciata da interventi per favorire la ripresa, favoriva disoccupazione e contrazione dell’economia.

Utile ricordare che da istituti finanziari privati, il debito ellenico è passato dopo tre memorandum sulle spalle degli stati membri. E nessun ex premier o ex ministro dell’economia di Grecia è stato mai chiamato a rispondere di politiche errate che hanno portato il paese a un passo dal default, ma al contempo a essere legato ai suoi creditori sino al 2052.

Per cui se da un lato i prestiti della troika hanno impedito il fallimento tecnico di Atene, dall’altro la contropartita è stata di un certo peso, con la perdita di un quarto del Pil, con salari bulgari e prezzi milanesi per via della super Iva che persiste in Grecia. Nel mezzo la partita per le privatizzazioni, con molte utilities cedute all’estero, su tutte il porto del Pireo ai cinesi di Cosco e venti aeroporti regionali ai tedeschi di Fraport.

Al di là delle valutazioni macroeconomiche, resta l’amarezza per il dato sociale. Il capital control sui conti correnti, i sette tagli a stipendi, pensioni e indennità, le sforbiciate a sanità, istruzione e servizi sono stati un corredo ingombrante e drammatico della cura della troika in Grecia. E ciò al netto di scandali, ruberie e vari episodi di malapolitica, come lo scandalo Siemens che proprio in questi giorni vede le condanne per 22 imputati su 64 accusati di corruzione.

È chiaro che in caso di pioggia vada aperto un ombrello come il Mes, ma se questo poi non solo comporta una tempesta il giorno dopo, ma peggio, un “mutuo” a vita come il caso ellenico dimostra, significa che occorre valutarlo con estrema attenzione e senza strumentalizzazioni politiche da parte di nessuno.

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