Pioggia e freddo non hanno fermato le circa 200 persone che alle 15 di una domenica davvero brutta si sono ritrovate sotto la statua bronzea di Garibaldi alla Washington Square di New York, monumento di tre metri nel West Village di Manhattan, da sempre considerato simbolo di ritrovo degli italiani d’America.

Tutto è nato nel giro di pochissimo tempo e come accade di questi tempi ci si è affidati a Facebook per dare visibilità all’azione. “Niente Trump“, però: “siamo gente comune e guardiamo al nostro paese”. Perché siete qui? “Abbiamo deciso di appoggiare le sardine italiane, perché hanno riportato il dialogo politico fra la gente”, dice Francesca, da cinque anni a New York, che aggiunge: “la gente è finalmente uscita dal torpore in cui si era rifugiata negli ultimi anni ed è scesa in piazza per il recupero della dignità umana”. Alberto viene da Napoli e vive a New York da 20 anni. “Siamo rovinati – mi dice – quello che sta succedendo in Italia è un problema grande. Una realtà che non si vedeva da anni. E noi qui siamo molto preoccupati”.

C’è anche Nicole, americana naturalizzata italiana. Emanuela viene dalla Toscana, ed è una imprenditrice vinicola. Produce Chianti. Alterna la sua vita tra la Grande Mela e la sua azienda. “Vivo un terzo dell’anno qui”. Confessa di essere molto allarmata e preoccupata. Stessi sentimenti che intanto, sotto la statua dell’eroe nostrano, manifestano anche Carmen, Antonella, Luis e tanti altri. Si parla di ricerca, di lavoro, di sud che non cresce, di economia e di povertà.

“Sì, perché noi siamo dovuti andare via per fare ricerca… è un po’ il mantra di questa serata. Su sei di loro, infatti, ben quattro sono dottorandi“, mi spiega sempre Carmen. Si avvia quindi un dibattito. Il microfono non funziona granché: “Ragazzi, il problema in Italia non siete voi che andate via, ma chi non arriva”. “Sì, ma noi andiamo via perché non ci sono soldi per i laboratori e quindi non c’è lavoro per noi”. “I soldi ci sono, ma vanno sempre alle solite persone. E nessuno controlla se vengono spesi bene o male. Se hanno finito un progetto e se è valido o no. Purtroppo però questo è un piccolo problema rispetto a tanti altri, e non siamo qui certo solo per questo”.

“Non è solo l’Italia a essere malata – dicono Ettore di Potenza e Andrea di Udine, due dottorandi in economia alla New School – e i fenomeni purtroppo non sono di adesso”, aggiungono. Si dicono preoccupati. Matteo Salvini – ed è la prima volta che sento fare questo nome – è solo parte di un problema. Il problema è la mancanza di lavoro. La protesta è giusta ma non è abbastanza. Non sono i soli a pensarla così.

Molti infatti sono ancora alla finestra. Non partecipano perché ci si deve impegnare a fare riforme precise, dice Ilaria, scienziata, da tanti anni negli States. La pioggia finalmente cessa. Si chiudono gli ombrelli. E sotto il “Giuseppi” d’America si canta a squarciagola Bella ciao, che chissà perché intonano sempre un tono più alto. “Se cambio io, non per questo cambia il mondo, ma qualcosa comincia a cambiare. Occorrono speranza e coraggio”.

Gridano all’unisono, in italiano e in inglese, i presenti. È la mappa dei valori delle sardine atlantiche. “Ci rincontreremo” è la promessa che si fanno mentre tentano di raggiungere finalmente un posto caldo. Il freddo è davvero pungente. La festa è appena iniziata e da ieri, anche qui, qualcosa è cambiato.

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