La battaglia di Matteo Renzi sulla plastic tax, al di là del merito che ora è avvolto dalla parolina magica “rimodulazione”, rivela prima ancora che un atteggiamento di politica fiscale una precisa scelta di campo. E’ lo stesso Renzi che indicava, già nella conferenza stampa del 13 agosto con cui ha dato il via al Conte 2, l’economia circolare e il green new deal come terreno comune di un’intesa del centrosinistra con il M5S.

Appena varato il governo, la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, capo-delegazione di Italia Viva, chiede di dare subito il via libera al trattato di scambio con il Canada, il famigerato Ceta, che gli agricoltori italiani e le varie associazioni eco-bio-green vedono come il cavallo di Troia della peggior chimica industriale applicata agli alimenti.

Lo stesso Renzi è stato poi il primo a esporsi contro il taglio dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (Sad) individuati dal ministro Sergio Costa: “Noi siamo per un grande piano di investimenti verdi sul modello di quello lanciato dalla Merkel e se possibile più ambizioso. Ma questo non significa che per essere verdi dobbiamo tartassare gli agricoltori (tra i Sad ci sono rimborsi per il diesel agricolo, nda) o altri. Per il nostro Piano Verde servono i contatori digitali e le nuove tecnologie, non la politica dei no” (Il Messaggero, 22 settembre). Sì Sad, sì Tav, sì Tap, sì Plastic, sì e sì: però, alla Leopolda, Renzi e i suoi fanno i gretini e per ogni nuovo iscritto a Italia Viva, non piantano – sorpresa – un contatore digitale, ma un albero!

Renzi vuole ereditare in pieno il centro della destra e della sinistra, e quindi anche l’ambientalismo italiano nella sua forma residuale moderata, quello dei personaggi come Chicco Testa, che da presidente di Assoambiente si batte contro “la cultura dei No” e “gli eccessi dei fondamentalisti ambientali”, o Ermete Realacci, che con la sua Fondazione Symbola ora certifica che sono sostenibili ormai 345mila imprese italiane, ossia un terzo tondo va già al verde, che il nostro comparto agricolo è il più eco-green del mondo, e via inventariando in bene dalle pagine del Corriere.

E’ l’onda interminabile dell’eredità ideologica socialdemocratica, una fiducia cieca nel progresso e nello sviluppo, che si può far risalire addirittura alla Seconda Internazionale, all’interpretazione corrente riformista del testamento di Engels, la sua celebre abiura del rivoluzionarismo proposta nell’Introduzione alle Lotte di classe in Francia di Marx del 1895. L’altro ceppo italiano di “avanzi verdi” è, invece, di stampo più ideologico marxisteggiante, con accenti da Democrazia proletaria, e perciò ancora più distante dall’ambientalismo autentico: persino Jason Moore, il teorico neo-giacobino del “Capitalocene”, deve concludere che ecologismo e marxismo sono ancora oggi soltanto due opposti fondamentalismi, che si giocano sulla contrapposizione radicale di natura e lavoro.

Ma non vorremmo perderci troppo nelle fumosità concettuali che, tal quali le polemiche renziane di giornata, fanno evocare il sagace cartello portato in corteo, nel venerdì planetario di sciopero per il clima, da uno studente romano: “CO2 palle così”.

Non che senza la nuova plastic tax italiana si distrugga il pianeta, né che il balzello sulle bottigliette, se fosse una vera e propria tassa ecologica di scopo ben congegnata, possa davvero far perdere posti di lavoro e ricchezza. Ma è la solita vergognosa dose d’ipocrisia che rende intollerabile questa piccola vicenda. Roberto Gualtieri stesso, per esempio, che pure ha apertamente frenato su tante misure ecologiche suggerite da altri ministri del governo, intervenendo il 4 ottobre a margine di un convegno Asvis a Roma ha avuto almeno il coraggio d’ammettere che forse abbiamo scelto la parte sbagliata, all’ultimo Consiglio dei ministri dello Sviluppo economico Ue, votando per fare nuovamente slittare al 2021 una più rigida classificazione dei cosiddetti investimenti sostenibili.

Così abbiamo contribuito a mantenere nelle voci considerate degne della sostenibilità, e quindi dei tanti denari Ue generosamente disposti per il nuovo Green New Deal, persino i progetti legati al nucleare, sic. Ma su questo i campioni progressisti e “sviluppisti”, i verdi alla Renzi, non hanno detto bah.

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