Ci sono notizie che, per quanto interessanti, è opportuno lasciare decantare per evitare che qualsiasi cosa si dica venga fraintesa, perché il tempo è sbagliato. Facciamo riferimento a quanto raccontato un paio di settimane fa a proposito di Venere e di come in un tempo passato, lontano ma reale, possa avere avuto atmosfera, clima e meteorologia molto simile a quella della Terra di oggi. Venere, unico pianeta con un nome femminile. Ha una massa che è circa l’80% di quella terrestre e un diametro pari al 95%. Di fatto è il gemello diverso della Terra.

Diverso perché è l’unico pianeta del sistema solare ad avere un’orbita quasi perfettamente circolare e impiega 225 giorni a completarla. Ruota molto lentamente su se stesso, in senso orario, opposto a quello della Terra e dunque produce uno scudo magnetico debole. Un giorno su Venere è pari a 243 giorni terrestri. Ruota in direzione opposta a quella della sua orbita e quindi passano 117 giorni fra quando il sole sorge a ovest e tramonta a est.

Non ha stagioni perché il suo asse di rotazione è quasi verticale e le sue notti non hanno luna perché, come Mercurio, è sprovvisto di satelliti. Ha una struttura geologica simile a quella della Terra, con una crosta basaltica – una singola placca tettonica spessa un centinaio di chilometri di roccia dalle mille sfumature di grigio illuminate da una luce arancione, sottoposta a una pressione che è 90 volte quella terrestre e una temperatura superficiale pari a 460 gradi centigradi – un mantello e un nucleo ferroso di circa 300 km di diametro.

Possiede vulcani attivi, montagne alte 17 chilometri. L’alta temperatura al suolo è dovuta alla vicinanza al Sole e all’effetto serra dei gas che compongono la sua atmosfera: anidride carbonica e nuvole di acido solforico spinte da venti che le fanno viaggiare alla velocità media di 3760 chilometri all’ora. Un inferno decisamente inospitale.

C’è stato un tempo però, più o meno 3 miliardi di anni fa, quando Venere era un paradiso. C’erano mari e oceani, fiumi e laghi e una temperatura superficiale compresa fra i 20 e i 50 gradi centigradi. Dello stesso ordine di grandezza di quella della nostra Terra oggi.

Secondo i risultati delle simulazioni elaborate da Michael Way e Anthony Del Genio del Goddard Institute for Space Science della Nasa, pubblicate a fine settembre scorso, per miliardi di anni Venere ha goduto di un clima stabile, che può avere consentito lo sviluppo di forme di vita. Poi circa 700-750 milioni di anni fa è accaduto qualcosa, o una serie di eventi concatenati, che hanno distrutto tutto.

Il Sole, invecchiando, diventa sempre più caldo. Può avere arrostito Venere. Può esserci stata un’attività vulcanica ed eruttiva parossistica, dove l’anidride carbonica e altri gas a effetto serra rilasciati dal magma hanno riempito l’atmosfera. Il rapido raffreddamento della lava non consentì all’anidride carbonica di essere riassorbita, innescando un effetto serra letale.

Perché non parlarne prima? Perché pochi avrebbero ascoltato e molti avrebbero usato l’informazione a proprio vantaggio. Erano i giorni di Greta Thunberg che parla alle Nazioni Unite, di Donald Trump che twitteggia, garrulo, pallido e assorto, le sue sciocchezze; dello scontro senza dialogo fra negazionisti e fondamentalisti del cambiamento climatico. Chissà se 750 milioni di anni fa è accaduto lo stesso su Venere.

Decisori venusiani certi che nulla sarebbe mai cambiato, visto che nulla era cambiato per 3 miliardi di anni, a cui gli scienziati locali mostravano inutilmente dati, modelli, simulazioni che evidenziano un cambiamento in atto. Zittiti perché non sanno quali ne siano le cause: naturali, artificiali, forse entrambe le cose. Tutti comunque maltrattati da una ragazzina, sempre venusiana, più derisa che ascoltata, che dice con voce forte e chiara che il re è nudo.

Allora come oggi, la fisica è la stessa. Allora come oggi nessuno può ragionevolmente negare che, in un sistema altamente complesso, qual è l’interazione fra geo-, atmo-, idro- e biosfera, tutti i fenomeni sono di tipo esponenziale e sottoposti a dinamiche di non equilibrio che permettono al sistema di evolvere, anche in modi quasi istantanei, in configurazioni catastrofiche, altamente improbabili, ma possibili perché già avvenute in passato. Vedi l’ultimo periodo glaciale, iniziato 110mila anni fa e terminato circa 10mila anni fa a causa di 192 anni – un niente – di eruzioni vulcaniche in Antartide.

Eppure c’è chi nega. C’è chi crede, perché si tratta di teologia e non di scienza, che quanto stia accadendo sia “causato” dagli uomini e che un opportuno intervento di segno opposto possa rimettere, linearmente, le cose a posto. Tutta responsabilità della CO2. Basta ridurla, eliminarla – dicono con la solita arroganza del genere umano – e il gioco è fatto.

Esiste invece la seria possibilità che l’attuale fase del cambiamento climatico, perché il clima cambia continuamente e da sempre, sia innescata e alimentata da fenomeni naturali di cui non abbiamo nessun controllo: variazione dell’irraggiamento solare, circolazione dei venti e delle correnti oceaniche, ventilazione degli oceani profondi, attività vulcaniche, modifica della composizione dell’atmosfera. Lista del tutto parziale.

L’attività dell’uomo può agire da catalizzatore, accelerando le conseguenze di tali fenomeni. Non è detto che interrompendola vengano rallentati o modificati. Comunque sia, qualcosa è in atto. Non importa quale sia la causa, o le cause. Comunque dobbiamo attrezzarci per affrontare le conseguenze. Siamo tutti sulla stessa barca. Le attuali politiche ed equilibri geo-economici hanno fatto il loro tempo. Servono nuove istituzioni di decisione e governo internazionale.

Una nuova coscienza democratica. Conoscenza, responsabilità, non chiamarsi fuori. Serve un’etica innovativa. Invece stiamo a menare il can per l’aia, certi di avere chissà quanto tempo a disposizione. Certezza che altro non è se non una pericolosa, criminale, sciocchezza.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Calcio, “per i professionisti rischio triplicato di sviluppare malattie neurodegenerative”. Lo studio dell’Università di Glasgow

prev
Articolo Successivo

Cannabis, “l’uso in gravidanza espone bambini a sviluppo di forme psicotiche o dipendenza”

next