Ho avuto occasione di assistere sabato e domenica scorsi, al teatro Palladium, a una conferenza di estremo interesse sul tema del federalismo democratico, con significative partecipazioni da varie parti del mondo e un pubblico numeroso e attento che ha seguito i sette panel in cui si è sviluppata la discussione.

Il confederalismo democratico è una creazione intellettuale e politica del popolo curdo e del suo leader Ocalan, che ha approfondito il tema nel corso della sua oramai ventennale reclusione solitaria nell’isola turca di Imrali, dove sta scontando una condanna all’ergastolo per motivi eminentemente politici. Ma esso trova significative eco nel resto del mondo, come testimoniato dagli interventi alla conferenza degli indigeni messicani, delle forze alternative colombiane, dei contadini senza terra brasiliani, di municipalità europee e mediterranee come Barcellona e Napoli e da importanti associazioni di enti locali statunitensi.

L’idea base del confederalismo democratico è quella dell’autogoverno territoriale dal basso e per svilupparsi richiede eguaglianza di diritti tra tutti i soggetti esistenti, indipendentemente, per riprendere la formulazione contenuta nell’articolo 3 della Costituzione italiana, dal sesso (ma oggi si parla più ampiamente di genere), di razza (elemento oggi comunemente ritenuto scientificamente infondato che però allude a quello etnico), di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

La peculiarità e il grande significato rivoluzionario del federalismo democratico, che oggi trova la sua massima e più compiuta espressione nella regione del Nord della Siria denominata Rojava e abitata prevalentemente da curdi, è indubbiamente legato al fatto che esso, come notato da Tommaso Di Francesco, ha saputo svilupparsi nonostante la sanguinosa guerra civile in atto nel Paese da vari anni, l’aggressione delle bande fascioislamiche dell’Isis e le costanti ingerenze delle grandi e medie potenze presenti nell’area.

L’autogoverno democratico della Rojava, di cui vari esponenti sono intervenuti nel dibattito, è caratterizzato dalla ricerca puntigliosa e vincente di un rapporto costante tra governanti e governati, i quali intervengono in tutti i settori dell’amministrazione mediante consigli che coinvolgono in modo immediato la popolazione. Questo elegge anche rappresentanti revocabili che esprimono tutte le componenti sociali presenti, in modo tale da garantire la perfetta eguaglianza tra i generi, mediante il meccanismo delle copresidenze (un uomo e una donna) e la garanzia della presenza di tutte le componenti etniche, pure se minoritarie.

Insomma l’esatto contrario dei populismi, dei nazionalismi, dei sovranismi (e dei razzismi) che funestano oggi la scena ideologica di vari Stati. Il segno dell’efficacia di questa formula politica autenticamente democratica è data dalla sconfitta militare degli aggressori, che è costata però decine di migliaia di vittime, tra i quali alcuni combattenti internazionalisti, tra i quali il nostro Lorenzo Orsetti. Ma anche dalla soddisfazione dei diritti umani fondamentali, nonostante le gravi condizioni di guerra e difficoltà economiche conseguenti e dal superamento di odi e antagonismi etnici e religiosi puntualmente alimentati dalle potenze straniere.

E dall’attenzione costante al tema della crisi ambientale, le cui attuali disastrose manifestazioni, a cominciare dal riscaldamento globale, sono imputabili al prevalere degli interessi dei soggetti interessati esclusivamente al profitto economico a scapito dei reali interessi della cittadinanza complessivamente considerata. Ultimo, ma certamente non meno importante, la promozione dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere, di particolare significato in una regione che vede da molti secoli la loro subalternità ed emarginazione (situazioni non dissimili a quelle di altre nazioni, come ad esempio quella italiana, dove non passa giorno senza che una donna sia uccisa, in genere dal marito o convivente).

Dato il suo legame con obiettivi generali (come pace, convivenza civile, democrazia, tutela dei diritti fondamentali, salvaguardia dell’ambiente, promozione dei diritti delle donne), quella del confederalismo democratico costituisce quindi un’alternativa potenzialmente valida, mutatis mutandis, per molte situazioni, a fronte di un’innegabile crisi e perdita di funzioni e senso degli Stati-nazione per come li conosciamo da molto tempo e della cui crisi i famigerati “ismi” sopraelencati non rappresentano a ben vedere altro che un frutto malato – e per certi versi un pestifero canto del cigno.

Si tratta quindi di un’esperienza da studiare e approfondire ma anche da difendere, visto che in molti la vedrebbero volentieri soppressa proprio per il suo carattere rivoluzionario, come dimostra da ultimo il via libera di Donald Trump all’esercito genocida di Recep Tayyip Erdogan. Da difendere e promuovere anche intensificando la lotta per la liberazione di Abdullah Ocalan, il Mandela curdo come è stato definito dal rappresentante sudafricano, la cui ingiusta detenzione dura ormai da troppo tempo.

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