A cosa pensi quando sei nel lettino della tac, e aspetti di sapere se hai un cancro, se ce la farai? Che avresti dovuto prendere il brevetto di volo, che non hai viaggiato abbastanza, baciato abbastanza, vissuto abbastanza. Allora ti prometti: mollo tutto e faccio ciò che mi rende felice. Veronica Benini è stata di parola: non ha preso il brevetto di volo, ma ha ricominciato tutto, anzi, si è ‘ricominciata’ con il nome di battaglia di Spora. Blogger irriverente e influencer, fondatrice di startup e ora digital strategist. Poi il grande salto: vivere per due anni in un camper battezzato Lucio, girando l’Italia. Veronica ‘Spora’ Benini racconta le sue molte vite nel romanzo La vita inizia dove finisce il divano (DeAgostini, 256 pagine). “Sono molto felice”, racconta a ilfattoquotidiano.it tra una tappa e l’altra del suo tour tra librerie, dove la aspettano le 86mila follower. “Finalmente incontro le donne della mia community dal vivo”.

Un passo indietro, al 2010, quando Veronica apparentemente ha tutto quello che serve per definirsi realizzati: una casa a Parigi, un lavoro come architetta, un matrimonio. Ma la vita è prepotente: arriva il cancro e scombina tutti i piani. Arrivano le operazioni. Arriva l’ipotesi di non poter avere figli – che piano piano si trasforma in certezza. Arriva la separazione dal marito, che vuole ‘rifarsi una vita con una donna sana’. “Nel libro racconto tutto, anche i momenti peggiori perché sono come i bambini, sono senza filtri – racconta -. Aiuta molto sentire qualcuno che ammiri dirti che non è tutto rose e fiori: capita di avere qualche crisi d’ansia, di avere paura. Ci fa sentire meglio sapere che ce li abbiamo tutti”. Cosa fare a quel punto? Saltare giù dal divano, e ricominciare. Sui social il suo nome di battaglia è @Spora, perché le spore sono forme di vita resistenti, come lei, grazie a un grande istinto e a una verve fuori dal comune. Mentre tutto va a rotoli – la salute, il lavoro, il matrimonio – apre il suo blog per parlare ad altre donne, e le lettrici diventano una rete di sicurezza. Veronica fa carriera in uno studio di uomini marciando sicura su un tacco dodici: “La cultura del lavoro è maschile – spiega – Le donne sono entrate tardi, prima come assistenti e poi negli anni ’80 in massa. L’altro ieri praticamente, io ero già nata. Ci siamo adattate a quello che abbiamo trovato, e abbiamo copiato: la nostra divisa è diventata il tailleur pantalone. La femminilità viene demonizzata, perché le regole nell’ambiente di lavoro le hanno fatte gli uomini”. Racconta di aver firmato il primo contratto a sei cifre con un vestito di seta stampata e i tacchi alti: “Bisogna portare anche il nostro lato, l’altra metà, non sottostare alle loro regole”. I tacchi sono diventati il suo amuleto, e la passione si è trasformata in un lavoro, Stiletto Academy, una start-up che insegna le donne i segreti per camminare in equilibrio sulle scarpe alte.

Ma quindi, cosa c’entra il camper? Arriviamo al 2012, quando Veronica è sul tetto del mondo (letteralmente: progettava grattacieli) e pensa: ma sai che c’è? Vado a vivere in un furgoncino Volkswagen, e pazienza se non ho la patente. Lo dice, e lo fa. Lascia un lavoro da quarantamila euro l’anno, trova la sua casa-mobile in un camion riadattato, Lucio, lo rimette a nuovo e inizia una vita da nomade digitale. Il libro è una specie di Lonely Planet esistenziale, una guida di viaggio che risponde alle domande di chi vuole mollare tutto e di andare a vivere in un camper Westfalia scorrazzando nella natura. Primo: come si fa a viaggiare senza avere la patente? Secondo: come la mettiamo con la doccia? Terzo: come si mantiene un certo stile senza cabina armadio? Bellissima la libertà, ma anche il rossetto è importante. “Lo stile è quella cosa che fa la differenza tra un turista e un viaggiatore – scrive lapidaria – la ciabatta in centro è uno schiaffo alla decenza”. Ma soprattutto: quand’è che si è pronti al Grande Salto, quello che ti fa lasciare l’ufficio per fare un lavoro difficile da spiegare alla nonna?

Quella di Veronica è una vita in viaggio tra Argentina, Italia, Francia e svariati angoli di mondo. In mezzo ci sono stati due matrimoni, cinque libri e tre TedX. E moltissimi business plan: dopo la start-up sui tacchi a spillo arrivano i Corsetty, seminari digitali, un’agenda 2.0 e 9muse, progetto che riunisce su un palco nove donne che raccontino le loro storie di coraggio e di successo. Spora oggi è diventata una Srl che aiuta le donne a lanciare la loro idea di business. “Le donne spesso sono le peggiori nemiche di loro stesse, si tagliano le gambe da sole – dice -. Sulla carta abbiamo le stesse possibilità degli uomini, ma l’evoluzione sociale va molto più lenta. L’Italia è un Paese cattolico e maschilista, serve tempo”. Sul web scova colleghe e talenti: @unasnob? Una sua amica. L’Estetista Cinica? L’ha lanciata lei.

Le donne si rivolgono a lei non solo per avere una strategia di marketing, ma anche per essere spronate: “La sindrome dell’impostore è reale, ce l’abbiamo tutti. Però bisogna lavorarci su, approcciandoci alle cose con sicurezza e imparando a darci il giusto valore”. Per spiegarsi, prende come esempio l’iPhone: “L’ultimo modello costa più di uno stipendio. Eppure moltissime persone lo comprano perché li fa sentire bene, li fa sentire fighi. Ecco, con le persone è lo stesso: bisogna essere onesti, ma se non ti dai valore tu per prima gli altri non te lo daranno mai”. La ricetta per farsi strada nella vita, qualunque sia la destinazione, è una sola: saltate giù da quel divano e mettetevi in marcia. O come preferisce dire la poliglotta Spora: “Muovete il culo”.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Torino, sgombero al mercato del Balôn. Quando la riqualificazione sbatte i poveri in periferia

prev
Articolo Successivo

Aiuti alle famiglie, anche stavolta salta l’assegno per i figli. Eppure ci avevamo creduto

next