Nei 12 giorni successivi al 20 settembre, inizio delle proteste che hanno nuovamente scosso l’Egitto, sono state arrestate oltre 2,3mila persone: manifestanti fermati in piazza, persone prese a caso ai posti di blocco istituiti nelle principali città del paese, ma anche “bersagli” più specifici quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. Pochi da allora sono stati i rilasci.

Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell’ambito del caso 1338/2019 per “assistenza a un gruppo terrorista” e “diffusione di notizie false”: ciò vuol dire che, se si arriverà a giudizio, il mondo assisterà al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.

Tra gli arrestati, ci sono oltre 110 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per “appartenenza a un gruppo terrorista” e “uso inappropriato dei social media”, anche se è emerso che molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare. Quanto agli arresti “mirati”, sono finiti in carcere 10 giornalisti e 16 avvocati.

Uno di questi ultimi è Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro “Adalah” per i diritti e le libertà. Il 29 settembre è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell’attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.

Proprio la situazione di Alaa Abdel Fattah rappresenta uno degli aspetti più crudeli e inquietanti della repressione in corso: l’arresto di ex prigionieri sottoposti alla misura cautelare della permanenza notturna nelle stazioni di polizia.

Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011 che depose Hosni Mubarak, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un’ingiusta condanna a 5 anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell’arresto era sottoposto all’obbligo di permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo.

Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog “Ossigeno Egitto”, è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo. Dall’inizio delle proteste il presidente Abdel Fattah al-Sisi, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filo-governativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli “islamisti” o “terroristi”.

Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti “politicizzati” e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il mondo, nel frattempo, tace. E dunque approva.

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