Con Paolo Gentiloni, l’Unione europea può cambiare davvero finalmente. Lo si è capito dal discorso di insediamento che il neo commissario agli Affari economici ha fatto al Parlamento europeo. Gentiloni ha evidenziato le contraddizioni e le evidenti difficoltà di applicazione del Patto di stabilità e crescita e ha affermato che occorre cambiarlo.

Dopo anni di immobilismo europeo sul tema, causato probabilmente anche dalla rigidità dell’approccio di Angela Merkel, questa è una notizia di primaria importanza, cui dare il giusto peso. Si può parlare di nuovo di come riformare i trattati finalmente. Certo non c’è da farsi troppe illusioni. È un processo che si annuncia lungo e tortuoso e il cui esito è tutt’altro che scontato. Ma finalmente va in soffitta il diktat contro la riforma dei trattati.

In questo articolo riassumiamo gli aspetti che ci sembrano più interessanti delle proposte di Gentiloni. Ancora non c’è un testo scritto e dettagliato, ma il discorso del neo commissario sembra qualcosa di più di un pour parler. Sembra evidente che ci sia un dibattito serio e articolato in corso ai massimi livelli.

In effetti, il discorso di Gentiloni è particolarmente interessante poiché fa da eco a quello pronunciato qualche giorno fa dal Presidente uscente della Bce, Mario Draghi. Con una chiarezza che finora nessuno a quei livelli in Europa aveva avuto, Draghi ha sostenuto la necessità di avere una spesa pubblica europea come strumento di intervento nelle fasi negative del ciclo economico. Ha detto senza mezzi termini che se l’Ue è restata impigliata nella crisi per oltre dieci anni è stato a causa della mancanza di un budget europeo analogo a quello che gli Stati Uniti usano con decisione in certe circostanze.

In effetti gli Stati Uniti, come si dice, predicano bene in fatto di liberismo, ma razzolano male quando c’è una crisi economica. Quando le cose vanno bene, sostengono che money is a veil e markets always clear. Però, quando le cose vanno male, non si preoccupano di fare esplodere il debito e di fare politiche maledettamente, per dirla più da uomo della strada, bloody expansionary and keynesian.

Quello che dicono i sovranisti non è totalmente sbagliato, ma quasi. I sovranisti, in fondo, sbagliano perché il problema non è aumentare il debito dei paesi membri già super-indebitati. Aggiungere debito al debito quando sei al 135% del rapporto Debito/Pil non è da furbi o da coraggiosi, ma da folli e da irresponsabili, poiché si rischia di portare il paese alla bancarotta. Occorre, invece, ridurre il debito dei paesi membri e agire però al contempo con politiche di sostegno alla domanda, soprattutto sugli investimenti – sia pubblici che privati – , con una spesa pubblica europea.

Quest’ultima non sarebbe esposta alle fluttuazioni del tasso d’interesse e lascerebbe lo spread basso, anche con politiche espansive e con la creazione di un po’ di debito europeo (invece che italiano). Invece, se aumenti il debito italiano, lo spread sale: non perché la Merkel lo fa salire, ma perché gli investitori hanno paura di non avere più i loro soldi indietro.

Le regole di bilancio sono e devono restare rigide e valide erga omnes, senza preferenze dovute alla nazionalità del commissario agli Affari economici. Gentiloni non fa l’occhiolino a Giuseppe Conte e non intende fare favoritismi. Un po’ di flessibilità sarà concessa all’Italia, ma non ci si aspetti una licenza a indebitarsi all’infinito. Tuttavia, per essere rispettate le regole vanno modulate bene e occorrono in particolare regole speciali per i paesi che hanno un debito troppo alto.

Gentiloni non dice ancora di cosa si tratta, ma mi sembra un ragionamento che fila e vediamo perché. Se un paese ha una spesa per interessi pari al 3,7% del PIL nel 2019, quale avanzo di bilancio potrà avere per ridurre il debito? Per rispettare i parametri del fiscal compact, dovrà per forza attuare manovre recessive, vale a dire manovre che producono un avanzo primario consistente, pari, diciamo, almeno al 5%. Ma in condizioni di bassa crescita, un avanzo primario del genere ammazza ancora di più l’economia e crea recessione. Insomma, il fiscal compact è per sua natura recessivo e certo non dovrebbe essere questo il suo scopo. Questo problema va affrontato seriamente.

Il modo migliore sarebbe che l’Ue si assumesse una parte del debito dei paesi membri e lo finanziasse con emissione di titoli pubblici europei, garantiti dalla Bce e da un bilancio europeo di almeno il 6-7% del Pil europeo, molto di più dell’1,24% attuale. Credo si debba anche immaginare con forza e convinzione una patrimoniale una tantum per abbattere il debito dei paesi che superano, diciamo l’80%, fino a portarlo a livelli sostenibili. Credo che prima o poi un governo responsabile e con un consenso adeguato possa assumersi la responsabilità di chiedere ai cittadini di pagare una patrimoniale per questo scopo.

Credo che tutti ne trarrebbero un gran vantaggio nel lungo periodo, in termini di maggiori servizi, maggiore occupazione e minore prelievo fiscale. Se si spiegano bene ai cittadini, soprattutto quelli più facoltosi, i vantaggi di un debito sostenibile, tutti sarebbero disposti – ciascuno secondo le proprie disponibilità economiche – a contribuire all’abbattimento del debito.

Inoltre, occorre consentire la golden rule per gli investimenti: gli investimenti pubblici infrastrutturali che devono essere esclusi dal computo del deficit ammissibile. Si deve consentire ai paesi membri di spendere in più per far crescere l’economia e ristrutturarla nella direzione di raggiungere gli obiettivi di una crescita sostenibile e fondata sulla ricerca e l’innovazione. Come ho già notato in un precedente editoriale, dobbiamo riformare Maastricht e il Patto di stabilità, se vogliamo davvero raggiungere gli obiettivi della Strategia di Lisbona. Certo non per quota 100 e reddito di cittadinanza, ma per gli investimenti infrastrutturali sì.

Inoltre, se si introduce un budget pubblico europeo adeguato, magari finanziato con eurobond gestiti dalla Bce che non siano parte del debito dei singoli paesi ma aggiuntivi, allora alcune spese per fini di sostegno al reddito, come ad esempio una politica europea di sussidi di disoccupazione, potrebbero essere realizzate a livello continentale senza incidere sul deficit pubblico dei singoli paesi membri.

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