Che cosa si deve dire, ancora, sulla narrazione tossica dei media? Se i giornalisti imbellettano la violenza contro le donne e la chiamano “amore, “passione” e iniettano linfa nella sottocultura del femminicidio; se provano empatia per i violenti e la loro triste sorte ma dimenticano le donne uccise; se continuano a inflazionare l’ego dei killer raccontandoci quanto soffrissero per un “amore non corrisposto”, quanto “desiderassero” la donna che hanno massacrato, quanto speravano in un sì; se fanno da cassa di risonanza a quell’Io, Io, Io Io degli uomini violenti scrivendo ancora di Lui, Lui, Lui, Lui; se negano il desiderio delle donne parlandoci solo della volontà di dominio degli assassini; se ci dicono che la vita delle donne non vale nulla di fronte alla frustrazione di un uomo e se infine, colpevolizzano le donne uccise: che cosa dovremmo scrivere ancora?

Dopo la scoperta del corpo di Elisa Pomarelli, uccisa da Massimo Sebastiani, la stampa si è scatenata. La violenza si è trasformata nell’atto di un uomo semplice e buono che amava, non corrisposto, una donna rea di averlo illuso. Queste sono le parole usate in molti articoli: “L’amava, ma lei lo aveva respinto”, “un gigante buono incapace di fare del male”, “voleva tornare con lei, ma la donna aveva deciso di chiudere il rapporto”, “un raptus per troppo amore” , “Massimo Sebastiani aveva la faccia illuminata dal sole, mani come badili, e il sorriso sempre pronto”, “le sue manone da tornitore mulinano nell’aria “, “un uomo semplice”, “Sebastiani in lacrime”, ecc.

E allora che cosa dovremmo ancora dire?

Fin dagli anni 90 i Centri antiviolenza hanno richiamato i media ad una maggiore attenzione sulla narrazione distorta del femminicidio e hanno offerto una lettura differente del femminicidio, forti dell’esperienza diretta con donne vittime di violenza. L’ attenzione è aumentata nel corso degli anni anche grazie all’attivismo di collettivi femministi e delle giornaliste della rete Giulia.

Dal 2014 l’Ordine dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa e i Corecom regionali hanno realizzato corsi di formazione e si contano diverse pubblicazioni e convegni organizzati sul tema. Nel giugno del 2018, D.i.Re ha organizzato il convegno Comunicare la violenza con una trentina di interventi fra cronisti, giornaliste, attiviste e attivisti per i diritti delle donne, operatrici dei centri antiviolenza, scrittrici, blogger, ricercatrici, sindacaliste che si sono confrontate sulle criticità del linguaggio e hanno indicato buone proposte sulla comunicazione (ho dato un piccolo contributo raccontando la mia esperienza di attivista attenta al linguaggio della stampa, nella pubblicazione scritta insieme a Luca Martini Le parole giuste. Come la comunicazione può contrastare la violenza maschile contro le donne).

L’attenzione sul tema è alta e ci sono reazioni sempre più forti contro le narrazioni che distorcono fatti fino alla menzogna; ma ancora non si riescono a innalzare argini forti, soprattutto quando avvengono crimini che colpiscono la collettività, perché la posta in gioco è alta: la scelta di come narrare un crimine è un atto politico.

A questo proposito Elisa Giomi, autrice di pubblicazioni sulla narrazione del femminicidio, formatrice e docente universitaria presso l’Università degli Studi Roma 3 ha scritto che non si tratta più di disinformazione: “Attenzione, non è incompetenza o meschinità. E’ un atto politico. E’ una dichiarazione di guerra. Una guerra mai cessata, che oggi come 40 anni, per chi conosce la storia, si chiama backlash“, perché “non sopportano che stia divenendo egemonica la lettura in chiave di genere e di ordine di potere di genere, che vuole il femminicidio come forma estrema di assoggettamento delle donne” e denuncia che così facendo sperano di marginalizzare l’analisi e le istanze femministe e di “silenziare la nostra lotta”.

ATTENZIONE, NON E' INCOMPETENZA O MESCHINITA'. E' UN ATTO POLITICO. E' UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA.UNA GUERRA MAI…

Pubblicato da Elisa Giomi su Domenica 8 settembre 2019

C’è una guerra che si gioca contro i corpi e la libertà delle donne e che prosegue con la narrazione di quella violenza agita. La scelta delle parole rivela se si aderisce alla cultura del dominio che muove i violenti o se si promuove la cultura che nutre la libertà delle donne: i direttori di testate o di emittenti televisive che autorizzano le narrazioni tossiche stanno facendo politica e tifano per i violenti.

@nadiesdaa

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