Tempo fa, durante  una formazione sul linguaggio della stampa nei casi di violenza machista contro le donne, una cronista mi disse che la parola “raptus” era di “comoda utilità” per descrivere un femminicidio, perché aveva pochi caratteri ed era facilmente spendibile nei titoli. Concluse dicendomi che (purtroppo) era “ormai entrata nell’uso comune” per indicare l’azione violenta di un uomo nei confronti di una donna.

Eppure se c’è una parola che distorce la realtà della violenza contro le donne è proprio quella. Il raptus non è applicabile ai casi di violenza contro le donne nelle relazioni di intimità. Il femminicidio non è la conseguenza di un improvviso e momentaneo impulso violento ma l’esito di un continuum di violenze che durano nel tempo. Così come a uccidere non è la gelosia ma l’atto violento di un oppressore che vuole controllare la partner.

Il tema del linguaggio e della responsabilità dei media è stato al centro del Convegno Comunicare la violenza organizzato dall’associazione nazionale D.i.Re Donne in Rete, col patrocinio di Rai-Responsabilità sociale, Usigrai e 27^ Ora – Corriere della Sera.

Il 21 giugno scorso, nella sala luminosa  di Palazzo Merulana, a Roma,  si sono susseguiti una trentina di interventi, suddivisi in sei panel: cronisti, giornaliste, attiviste e attivisti per i diritti delle donne, operatrici dei centri antiviolenza, scrittrici, blogger, ricercatrici, sindacaliste (non mi è possibile, purtroppo, nominare tutte/i  per nome) si sono confrontate  sulle criticità, gli errori e le distorsioni del linguaggio e delle immagini e hanno indicato buone proposte sulla comunicazione.

Lella Palladino, presidente D.i.Re e Linda Laura Sabbadini hanno aperto la discussione con uno sguardo anche ai dati. Rispetto al passato e grazie all’azione di sensibilizzazione, le donne, soprattutto le più giovani, riescono a prevenire e a contrastare meglio la violenza. Sabbadini, che ha diretto le indagini su condizioni e qualità della vita dal 2001 al 2011 e il Dipartimento delle statistiche sociali e ambientali dal 2011 al 2016, oggi è una editorialista de La Stampa. Durante l’intervento ha spiegato che le ultime rilevazioni Istat rivelano che le donne “fermano prima la violenza perché oggi hanno più strumenti per riconoscerla mentre restano stabili le violenze più gravi: stupri e uccisioni di donne”.

Anche i media hanno un ruolo fondamentale nel dare alle donne, e non solo, una maggiore consapevolezza quando contrastano quella sottocultura che legittima l’oppressione sessista.  Smascherare le dinamiche del maltrattamento o dello stupro significa uscire dalla narrazione romanzata o dalla colpevolizzazione delle donne e rifiutare qualsiasi giustificazione delle azioni criminali dei violenti. Esiste un legame tra media e cultura, tra media e tutori dell’ordine o magistratura. Sono vasi comunicanti che ci indicano il livello di tolleranza della sottocultura sessista, influenzandosi reciprocamente nella rappresentazione e poi nell’analisi della violenza machista fino alla valutazione processuale dei reati commessi.

Svelare la violenza machista o patriarcale invece che parlare di raptus, di passione o gelosia  può fare la differenza tra la  morte o la vita delle donne, tra  l’iniquità e la giustizia.

Qualcosa sta cambiando e sempre più spesso ci sono dei buoni servizi televisivi e approfondimenti sul femminicidio. Questo accade anche grazie alla formazione organizzata dall’Ordine dei giornalisti sul tema e a documenti quali il Manifesto di Venezia presentato il 25 novembre scorso a Venezia e frutto di un’elaborazione che ha coinvolto Cpo Usigrai, l’associazione GiULiA e sindacato veneto. Il segnale di una maggiore attenzione è stato anche  recepimento da parte del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, il 31 dicembre del 2016, che ha fatto proprie e condiviso le Linee Guida della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ Guidelines for Reporting on Violence against Women), un documento ispirato alla Dichiarazione dell’Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993.

 

Il confronto tra attiviste dei Centri antiviolenza e per i diritti delle donne (ma anche attivisti sempre più numerosi), di giornaliste/i attente e competenti e di  Gi.U.L.I.A. è stato avviato da tempo ed è stato ben rappresentato nella giornata del 21 giugno scorso. Quindi non amore e passione ma controllo, potere, cultura patriarcale e machista: sono queste le chiavi di lettura per una narrazione corretta del femminicidio.