Quando il leader di un paese, pur essendo arrivato al governo legalmente, annulla o neutralizza il potere legislativo, assumendo illegittimamente poteri straordinari che non gli competono, secondo Wikipedia, si è verificato un self-coup (dallo spagnolo auto-golpe). Fino al 3 settembre la pagina di Wikipedia dedicata alla voce “Self-coup” segnalava nella lista degli auto-golpe del periodo post guerra fredda anche un presunto (alleged) self-coup nel Regno Unito, in data 28 agosto 2019 con primo ministro Boris Johnson. Dal 4, con riferimento al voto che ha restituito l’agenda nelle mani del Parlamento, il self-coup viene dato come fallito (failed).

Il sospetto che la voce “self-coup” debba subire presto altre modifiche è però molto forte. Infatti, mentre per evitare una Brexit senza accordi si discute in Parlamento e si protesta nelle piazze del Regno Unito, anche i tribunali, in questi giorni, hanno un gran da fare, sia in Irlanda che in Scozia e in Inghilterra. Tre sono infatti le azioni legali volte ad annullare gli effetti della prorogation del Parlamento, suggerita e ottenuta da Boris Johnson, che vedrà le Camere chiuse per un lungo periodo proprio a ridosso della scadenza per la Brexit.

Il 4 settembre, a Edimburgo, il giudice della Court of Session Raymond Doherty, dopo aver ascoltato le ragioni delle parti, ha respinto la petizione dei ricorrenti e ha deciso che rientra tra i diritti del Primo Ministro sospendere il Parlamento per cinque settimane. Secondo il giudice si tratta di materia prettamente politica che non può essere valutata in base alle norme giuridiche e di cui il governo dovrà rendere conto al Parlamento e agli elettori, non ai tribunali.

Nella sua decisione il giudice ha accolto pienamente le ragioni dell’avvocato del governo, David Johnston, per cui:

1. l’esercizio di alcune prerogative dell’esecutivo può essere sottoposto al giudizio delle corti, mentre l’esercizio di altre non lo è. Tutto dipende dalla materia e dal contesto (il tipo di potere e la disputa);

2. l’esercizio di alcune funzioni o decisioni, tra cui le questioni di alta strategia politica, non è contestabile nelle corti;

3. non esiste una legge o altra fonte di diritto che regoli la prorogation o il consiglio fornito alla regina in materia di prorogation. Dunque le corti non hanno gli strumenti o i parametri per valutare la legalità di un consiglio di natura politica.

Opposte le considerazioni del Lord Advocate di Scozia, James Wolffe, e dell’avvocato dei ricorrenti, Aidan O’Neill:

1. l’esecutivo deve render conto al Parlamento dell’esercizio dei suoi poteri. Se l’esecutivo dovesse usare il potere di chiedere una prorogation del Parlamento con lo scopo di evitare o impedire tale controllo, l’esecutivo non la chiederebbe per usi propri ma impropri e agirebbe illegalmente, sviando il suo potere. Una simile azione potrebbe essere quindi sottoposta al giudizio di un tribunale;

2. la responsabilità politica dell’esecutivo davanti al Parlamento non esclude la sua responsabilità giuridica davanti ai tribunali: si tratta di due controlli costituzionali complementari sui poteri dell’esecutivo;

3. nel caso specifico, l’abuso di potere consiste nella scelta del momento e della durata della prorogation, durante la quale l’esecutivo non dovrebbe render conto al Parlamento proprio in un periodo molto significativo per la forma che assumerà la Brexit, prevista per il 31 ottobre 2019;

4. il Primo Ministro non ha fornito nessuna giustificazione chiara e convincente per la scelta di un periodo così particolare per la sospensione del Parlamento (sull’argomento Johnson ha infatti presentato alcuni documenti, ma non ha prodotto un affidavit e, secondo i maligni, forse non l’ha fatto perché una dichiarazione giurata, comportando l’obbligo di dire la verità, l’avrebbe messo in imbarazzo).

Dopo la pronuncia del giudice Doherty, la parte soccombente ha proposto appello alla Inner Court, che ha immediatamente calendarizzato un’udienza che si è svolta ieri a Edimburgo in concomitanza con l’udienza in atto alla High Court di Londra per l’azione legale intentata da Gina Miller contro il Primo Ministro, alla quale hanno chiesto e ottenuto di aderire anche Lady Chakrabarti (l’Attorney General ombra), il governo del Galles, il Lord Advocate di Scozia e l’ex primo ministro, Sir John Major.

All’udienza della Inner Court di Edimburgo ha ottenuto di partecipare anche la Bbc, tramite l’avvocato Kenny McBrearty, allo scopo di avere accesso ai documenti depositati da Boris Johnson poche ore prima dell’udienza di ieri alla corte di prima istanza. La questione è stata trattata preliminarmente: la Bbc, seguita dal Times e dallo Scottish Sun, ha rappresentato la necessità per i media di far capire al proprio pubblico quanto sta accadendo nei tribunali nel corso delle udienze, rispettando un principio di trasparenza.

Secondo l’avvocato O’Neill i documenti prodotti dal governo sono stati pesantemente censurati e presentano solo una selezione di elementi in supporto della posizione del governo, mentre le altre parti sono state tenute nascoste senza spiegare le ragioni della scelta. Entrambi gli avvocati ritengono necessario per la trasparenza dell’amministrazione della giustizia che i documenti vengano prodotti integralmente, mentre l’avvocato del governo ha sostenuto che gli omissis hanno natura confidenziale e non vanno resi pubblici. Il collegio giudicante ha infine disposto che i documenti (lettere e note) siano messi a disposizione del pubblico.

Intanto la Corte Suprema si sta già attrezzando per accogliere e trattare i ricorsi che certamente arriveranno dalle diverse giurisdizioni e avrebbe già fissato la data del 17 settembre.

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