Il 23° addio in tre giorni è di quelli che lasciano il segno, anche soltanto a livello simbolico. Jo Johnson, fratello minore di Boris, ha annunciato le sue dimissioni dall’incarico di viceministro e la sua uscita dal gruppo Tory alla Camera dei Comuni in dissenso dalla linea sulla questione di possibile divorzio senza accordo da Bruxelles. Johnson, che si era già dimesso una prima volta dal governo di Theresa May sul dossier Brexit, ha fatto sapere di sentirsi “lacerato tra la famiglia e l’interesse nazionale”.

Nel suo messaggio di addio, Johnson junior riconosce di non essere in grado di risolvere il conflitto interiore fra la lealtà alla sua famiglia e le sue idee rispetto al futuro del Paese. Per questo annuncia in effetti non solo le dimissioni dal governo o dal gruppo, ma anche la rinuncia al seggio parlamentare e – almeno per ora – l’interruzione della sua carriera politica. I media britannici sottolineano che non è chiaro se Johnson jr lascerà il governo ora oppure al momento delle elezioni.

“E’ stato un onore rappresentare (gli elettori del collegio di) Orpington per 9 anni e di servire come viceministro sotto tre diversi premier. Nelle ultime settimane sono stato tuttavia lacerato fra la lealtà alla mia famiglia e l’interesse nazionale: è una tensione insolubile e quindi è tempo di cedere ad altri i miei ruoli di deputato e di viceministro”.

Al referendum del 2016 sulla Brexit il fratello minore del premier che punta al “no deal” aveva votato a favore del “remain”, la permanenza nell’Ue. Nel novembre dello scorso anno si era già dimesso da ministro dei Trasporti del governo May, perché non appoggiava l’accordo da lei negoziato con l’Ue. È il 23° deputato a lasciare il partito conservatore in tre giorni. Un nuovo colpo per il premier, dopo l’addio dell’ex sottosegretario Philip Lee, passato al gruppo di opposizione dei Liberaldemocratici lasciando il primo ministro senza una maggioranza ai Comuni.

Tra i commenti al suo annuncio c’è quello di Angela Rayner, segretaria ombra all’Educazione del Labour, per cui “Boris Johnson costituisce una minaccia tale da far sì che nemmeno il suo stesso fratello abbia fiducia in lui”.

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