Il premier Boris Johnson lo aveva dichiarato nei giorni scorsi: se la mozione delle opposizioni contro una Brexit no-deal – il cui senso è di trovare un accordo e posticipare l’uscita dalla Ue oltre il 31 ottobre – fosse stata approvata, allora avrebbe chiesto le elezioni anticipate. Uno scenario che ora è sempre più vicino, con un probabile ritorno alle urne fissato per il prossimo 14 ottobre dopo la resa dei conti che si è consumata alla Camera dei Comuni, con un governo conservatore numericamente privo ormai anche sulla carta di maggioranza aritmetica. E di un partito conservatore profondamente fratturato al suo interno: i 21 Tory ribelli che hanno votato contro la linea del governo nella mozione sulla calendarizzazione della proposta di legge trasversale saranno privati della cosiddetta whip (letteralmente frusta), secondo quanto riportano i media inglesi: ossia espulsi ipso facto dal gruppo parlamentare. La linea dura, che sfarina ulteriormente l’ex maggioranza, è destinata ad abbattersi anche su alcuni pezzi da 90 del partito. Se la crisi è profonda sul fronte politico, anche su quello economico viene certificata dal crollo della sterlina – precipitata ai minimi da tre anni – e dallo stanziamento di altri 2 miliardi di emergenza da parte del Tesoro di Londra per affrontare l’uscita dall’Ue.

Il voto sulla mozione – La ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa estiva – e prima della contestata sospensione che dovrebbe consumarsi entro la fine della settimana prossima – trasforma Westminster in un’arena: con Boris Johnson deciso a sfidare in tono provocatorio i contestatori; e gli oppositori, spalleggiati da una pattuglia irriducibile di Tory ribelli moderati, capaci in serata di sconfiggere il governo su una mozione per strappare il controllo del calendario all’esecutivo e mettere ai voti una legge anti-no deal concepita per provare a obbligare l’esecutivo a chiedere a Bruxelles un ulteriore rinvio dell’uscita del Regno dall’Ue, a dispetto della volontà ribadita dal premier di portare a termine il divorzio il 31 ottobre a qualunque costo. Il voto sulla mozione, passato alla fine con 328 sì contro 301 no, ha avuto un effetto esplosivo. Con l’annuncio immediato del premier per tutta risposta della presentazione d’una mozione per lo scioglimento della Camera e la convocazione delle urne: mozione che avrà bisogno di un quorum dei due terzi e quindi di un via libera delle opposizioni, disponibili a darlo – leader laburista Jeremy Corbyn in primis – solo dopo la piena approvazione del testo anti-no deal e della sua firma da parte della regina. Ossia non prima di una settimana abbondante.

Il voto serale era stato preceduto nel pomeriggio da un dibattito rovente coinciso con l’annuncio della defezione dal gruppo conservatore dell’ex viceministro Philip Lee, convinto avversario della Brexit. Il suo passaggio ai LibDem della giovane neoleader europeista Jo Swinson ha segnato l’ufficializzazione dello spostamento dei rapporti di forza alla Camera: con la coalizione fra Tories e unionisti nordirlandesi del Dup ridimensionata a 309 deputati e il blocco sommato di tutte le forze d’opposizione sospinto a quota 310. Lo scenario più appropriato per lo scontro trasversale, a mani libere, che si scatena ora sul destino della Brexit. La mossa del fronte del no, annunciatissima, è quella della legge anti-no deal firmata dal laburista Hilary Benn con il sostegno del leader del suo partito, Jeremy Corbyn, di esponenti di tutte le formazioni di minoranza. Ma anche dei dissidenti conservatori – almeno in parte non piegati dalle minacce di Downing Street di esclusione dalle candidature elettorali e neppure dalla mannaia dell’espulsione istantanea destinata a quanto pare non risparmiare figure di assoluto rilievo nel partito – guidati negli inopinati panni del rivoltoso dal mellifluo Philip Hammond, già cancelliere dello scacchiere sotto Theresa May.

L’orizzonte delle elezioni anticipate – Oggi dovrebbe quindi scattare la procedura per una triplice lettura sprint di fronte alla Camera bassa. Una corsa a ostacoli per la quale Corbyn, Benn e tutti i firmatari contano d’avere i numeri. Ma a cui Boris Johnson è già pronto a reagire, caricando a testa bassa: indisponibile, come ha detto e ripetuto, a “implorare” qualsiasi ulteriore proroga “senza senso” ai 27 oltre il 31 ottobre e determinato ora a restituire la parola “al popolo”. Il veto anti-no deal ai suoi occhi è un’iniziativa controproducente, destinata a “distruggere” il tentativo di riaprire il negoziato con Bruxelles per un accordo depurato “dall’antidemocratico backstop” sul confine irlandese che insiste di poter provare ancora a portare a casa malgrado lo scetticismo dei più, portavoce europea inclusa. “La legge della resa di Jeremy Corbyn” da sventolare nelle sue parole come una “bandiera bianca” dinanzi all’Ue per tradire il referendum del 2016. Non meno dura la replica di Corbyn, secondo cui quello di Johnson “è il governo della codardia”, capace di “attaccare la nostra democrazia per imporre uno sconsiderato” divorzio hard: un governo che “non ha il mandato popolare, non ha la credibilità morale e, da oggi, neppure la maggioranza“. Toni da muro contro muro, che innescano ora la partita sullo scioglimento della Camera e sulle elezioni. Un’opzione che a Corbyn “va bene”. Ma che il numero uno del Labour, come i leader delle altre forze di opposizione, intendono a questo punto far passare solo alle loro condizioni e nei loro tempi.

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