Una volta della galleria della Pedemontana Veneta in fase di costruzione è crollata causando la morte di un operaio, ma l’impresa non era tenuta a utilizzare materiali con marcatura CE nelle opere provvisorie. Soltanto in quelle definitive. E’ questa la tesi sostenuta dai giudici del Riesame di Vicenza che hanno confermato solo in parte il sequestro della galleria di Malo dell’opera cantierata più importante in corso di realizzazione in Italia. La superstrada a pagamento di 94 chilometri, che collegherà l’A4 all’altezza di Montecchio Maggiore (Vicenza) alla A27 a nord di Treviso (due miliardi e mezzo di euro), è al centro di tre indagini. La più recente, per frode in pubbliche forniture, vede quattro dirigenti tecnici indagati: Luigi Cordaro (direttore di cantiere), Fabrizio Saretta (responsabile del lotto), Giovanni Salvatore D’Agostino (direttore tecnico) e Adriano Turso (direttore dei lavori).

Ma ci sono anche le inchieste per la morte di due lavoratori. La prima risale al 2016, quando un crollo uccise l’operaio Sebastiano Laganga. E’ da quel decesso che il pm aveva fatto effettuare alcune consulenze. La prima (ingegneri Francesco Rossitto e Gianluca Pasqualon) ha denunciato il materiale privo di marcatura CE: bullonatura, pozzetti in cemento, tubi in pvc e cemento da consolidamento. La seconda (professor Paolo Simonini dell’Università di Padova) ha introdotto una differenza tra “opere provvisorie” e “opere definitive”, sostenendo che per le prime non sono necessari materiali certificati CE.

La tesi è stata fatta propria dai giudici (Lorenzo Miazzi, Filippo Lagrasta e Veronica Salvadori), che hanno confermato solo in parte i sequestri. Prendiamo le viti che fissano la volta della galleria. Secondo Simonini, “questo sistema di rinforzo rappresenta, insieme allo strato di calcestruzzo proiettato applicato contestualmente, il rivestimento di prima fase della galleria, spesso indicato come rivestimento provvisorio. Deve garantire la stabilità dello scavo durante la costruzione della galleria stessa, che, per molti aspetti, rappresenta il momento più critico nei riguardi della sicurezza di questa opera”. C’è poi il “rivestimento di seconda fase, anche detto rivestimento definitivo – uno strato di calcestruzzo gettato in opera dopo l’installazione del sistema di impermeabilizzazione – che viene progettato e verificato trascurando la presenza del sistema di rivestimento di prima fase”. I bulloni certificati CE, secondo il docente, sono obbligatori solo nella seconda fase. Così i giudici hanno concluso che “i bulloni di pre-consolidamento non devono essere marchiati CE”. Idem per il cemento di consolidamento della prima fase.

Un discorso diverso riguarda per i pozzetti in cemento che “devono essere in possesso di marcatura Ce”, in quanto definitivi. Per questo è stato confermato il sequestro sulla parte di cantiere dove sono custoditi, per poterne verificare la regolarità. Ma neppure la richiesta di dissequestro dei tubi in Pvc è stata accolta. “Rimangono come dati di fatto non contestati e non contestabili, che in cantiere erano presenti tubi in pvc non marcati CE. – scrivono i giudici – Nessuno ha controllato tale fornitura all’arrivo, una parte di quei tubi era già stata utilizzata (interrata) e gli indagati erano al corrente di questa vicenda”. Non basta che la difesa di Pedemontana Veneta abbia dichiarato che quei tubi non sono stati utilizzati. “Al contrario, la preoccupazione dimostrata dagli intercettati relativamente alle possibili conseguenze della scoperta dei tubi irregolari interrati fa chiaramente intendere che gli indagati erano consapevoli della irregolarità”. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali era infatti emerso un forte allarme da parte della struttura tecnica riguardo anche ai pericoli di crolli della volta.

Nessuna risposta è venuta dai giudici sulla sicurezza del cantiere, nonostante i cedimenti. “Il tema della valutazione delle condizioni di sicurezza inerenti al cantiere esula dall’oggetto della presente ordinanza, che riguarda il reato di frode in pubbliche forniture”. Nonostante la presenza di materiali non certificati, i giudici hanno concluso: “La marginalità di tali materiali rispetto al complesso dell’opera e la loro ampia fungibilità con altri materiali ‘consentiti’ inducono a ritenere non necessario bloccare i lavori dell’opera intera”.

Intanto il Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa ha diffuso un comunicato in cui lamenta la lentezza della parte d’inchiesta riguardante la morte dell’operaio Laganga. “Ad Ancona, per il crollo di un ponte avvenuto due anni fa hanno già chiesto il processo per 18 persone e quattro società. Purtroppo non abbiamo riscontrato la stessa celerità della procura di Vicenza. La morte del gruista avvenne nell’aprile 2016 e di quella inchiesta poco o nulla si sa. Il cielo non voglia che si tratti della ennesima inchiesta scomoda che nel Vicentino viene divorata dalla prescrizione”.

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