di Marta Coccoluto

Con la notizia della denuncia per molestia sessuale delle due giovani turiste francesi ospiti a Milano, si torna a discutere della sicurezza dei servizi di ospitalità gratuita tramite il couchsurfing – letteralmente “surfare sul divano”, ovvero alloggiare gratis dormendo sul divano di chi ti ospiterà.

Il servizio online no profit è nato nel 2003 per mettere in comunicazione persone disposte a scambiarsi ospitalità in tutto il mondo e incontrare altri compagni di viaggio, ed è diventato oggi un business internazionale. Dal 2011 di proprietà della Couchsurfing International Inc., una corporation del Delaware con sede in San Francisco che gestisce il sito e trae guadagno dagli investitori.

Il sito e la relativa app, entrambi gratuiti, contano milioni di profili registrati e il couchsurfing è diventato per molti nomadi digitali e per i viaggiatori dell’era digitale, soprattutto giovani (la media degli utenti è sotto i 30 anni), non solo un modo economico per viaggiare ma un vero e proprio stile di vita.

Il senso di fare couchsurfing è molto più ampio del semplice dormire gratis: implica un desiderio e un impegno ulteriori, legati al viaggio come momento di scoperta, di condivisione, di crescita personale. Il couchsurfing è prima di tutto una rete sociale dove si offre e si chiede ospitalità in cambio sì di un divano dove dormire, ma anche di esperienze autentiche, di immersione nel luogo dove si verrà ospitati e di scambio, che riguardare piccoli doni, aiuto domestico, lezioni di lingua.

Il sito è diventato un punto di riferimento anche per cercare informazioni sulle destinazioni, trovare compagni di viaggio e organizzare attività sociali ed eventi di vario tipo (I couchsurfer organizzano eventi regolari in 200mila città in tutto il mondo).

Couchsurfing ha ambassador in tutto il mondo, membri della comunità che si offrono volontari per aiutare i nuovi utenti a usare correttamente la piattaforma, che si impegnano a diffondere la filosofia di ospitalità del sito e che organizzano eventi nei luoghi per i viaggiatori e gli altri membri. Una rete di contatti e di amicizie in tutto il mondo nata intorno all’ospitalità sui divani che risponde però a regole precise per candidarsi sia come ospite che come ospitante.

Il sito ha sistemi di registrazione, di controllo dell’identità, di segnalazione degli abusi, di verifica degli indirizzi e un sistema di vouching, ovvero di “garanti” che garantiscono l’affidabilità di altri membri. In più gli ambassador servono come contatti di emergenza per gli utenti.

Queste caratteristiche “fondanti” del servizio possono bastare a garantire la sicurezza personale degli utenti? Il nodo è qui e riguarda non tanto quali e quante misure di garanzia adotti il sito, piuttosto il come è usato dagli utenti. Una questione che riguarda Couchsurfing e più in generale tutte le piattaforme sociali legate o meno alla Sharing Economy, i cui servizi si basano sul contatto di domanda e offerta tra privati, che ha a che fare con il tema più ampio dell’educazione digitale.

Non si può puntare il dito sulle piattaforme e sostenere che non siano affidabili, o peggio pericolose, se non abbiamo la cultura adeguata per usarle. Le piattaforme sociali – e includo nel discorso anche i social network – hanno bisogno di essere conosciute nei loro meccanismi, di essere frequentate, di una conoscenza approfondita della sua comunità, necessitano una partecipazione attiva. Aspetti rilevanti per utilizzarle al meglio e trarne i vantaggi di cui siamo alla ricerca.

L’utilizzo di servizi come Couchsurfing o Ebay, solo per fare degli esempi, non possono limitarsi alla ricerca di un divano o a un acquisto saltuario al bisogno, perché il rischio di trovarsi in una situazione drammatica o di essere raggirati si fa più concreto. Così come non possiamo lamentarci dell’inutilità o della stupidità dei social o della loro presunta pericolosità se prima non entriamo nella mentalità giusta per capire che sono i nostri comportamenti online, le relazioni che decidiamo di tessere sul web, il livello di partecipazione e di coinvolgimento che decidiamo di investirci a incidere e a modificare la Rete e i suoi servizi.

Una maggiore consapevolezza che naturalmente non è una garanzia al 100%, ma aiuterà a vivere e a costruire un web migliore.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Intelligenza Artificiale smaschera l’assassino grazie al riconoscimento facciale, elementare Watson!

prev
Articolo Successivo

Dati personali degli utenti europei più al sicuro grazie al progetto Credential

next