Non è un tweet come gli altri quello che Cristiano Ronaldo ha pubblicato – con intelligenza – ieri sui suoi social network, manifestando tutta la sua preoccupazione per gli incendi in Amazzonia. Non lo è perché segna, forse, una svolta importantissima nel dibattito e nella protesta sul clima, fino ad ora portato avanti da scienziati, attivisti, giovani (ma non dai famosissimi), con tutta la fatica e la frustrazione di non essere ascoltati da media indifferenti al più importante dei temi.

Ronaldo, invece, ha 100 milioni di follower, giornali e tv puntati su di lui. È dunque lecito aspettarsi, e sperare, che finalmente la lotta contro il cambiamento climatico diventi popolare, e nulla è più popolare in questo pianeta del calcio. Se i calciatori più famosi, Ronaldo ma non solo, decidessero di sposare in maniera sistematica la causa climatica, è probabile che nel giro di poco tempo l’opinione pubblica mondiale sarebbe a conoscenza del problema. E questo segnerebbe veramente una svolta.

In effetti era da tempo che mi chiedevo, non senza una certa incredulità, come mai i famosissimi, calciatori in particolare, non si impegnassero nella causa climatica. Probabilmente, psicologicamente protetti da stipendi miliardari e dalla possibilità di spostarsi ovunque volessero, finora hanno pensato che il problema non li riguardasse più di tanto. In parte è vero, visto che gli effetti più tragici del riscaldamento globale si riversano soprattutto sui paesi poveri, rimandandoli indietro rispetto al loro faticoso tentativo di emancipazione da povertà e miseria. E tuttavia, dall’altra parte, anche i notissimi stanno iniziando a capire che l’aria che respirano dipende dalla salute del pianeta.

Non a caso Ronaldo ha fatto un giusto riferimento al rapporto tra foresta amazzonica e ossigeno. Probabilmente si è reso conto, e così altri come lui, che il cambiamento climatico minaccia anche la loro vita e quella dei loro figli. In questo senso, questo fenomeno drammatico ha almeno il “merito”, se così si può dire, di essere democratico, nel senso che riguarda tutti e costringe tutti, i ricchi come i poveri, ad attivarsi per contrastarlo. Paradossalmente, neanche plurimiliardari e volti vip possono proteggere i propri bambini da un clima stravolto. Più velocemente lo capiscono, meglio sarà per i loro e i nostri bambini, visto che – purtroppo – spesso gli influencer influiscono più sull’agenda pubblica degli esperti.

Tra l’altro, proprio restando allo sport, si comincia a capire che anche gare di ogni tipo rischiano di essere stravolte dall’aumento della temperatura. Nelle prossime Olimpiadi si sta studiando la possibilità di far gareggiare gli atleti la sera, per evitare le ondate di calore, ma si inizia a pensare a impianti coperti, così come ci si interroga sul futuro di olimpiadi invernali senza più neve. Il mondo dello sport è un mondo importante per la battaglia climatica perché gli eventi calcistici e sportivi sono seguiti da milioni di persone.

E dunque ben vengano, anzi fatelo presto: altri calciatori e sportivi pronti a scendere in campo con la maglia della lotta al riscaldamento globale e attivi sui loro seguitissimi social network perché i governi facciano molto, molto di più per fermare devastazione ambientale e aumento delle temperature. D’altronde, appunto, i politici non si sono mossi finora né per gli scienziati, figuriamoci, né per i giovani attivisti, che tanto non votano. Ma nel momento in cui milioni di tifosi nel mondo capiranno che il riscaldamento globale è veramente il nostro primo nemico, allora forse, finalmente, il clima cambierà davvero.

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