È guerra aperta in Veneto tra i medici e la giunta regionale di Luca Zaia. Il governatore leghista ha annunciato l’assunzione e la formazione professionale di 500 laureati, da inserire a partire dal 2020 nei pronto soccorso e nei reparti di medicina e geriatria. Ma gli ordini professionali dei medici, i sindacati e le facoltà di medicina di Padova e Verona insorgono, annunciano ricorsi e denunciano un tentativo di creare medici di serie A e di serie B, dequalificando la categoria.

Per capire che cosa sta accadendo sul fronte caldo della sanità in Veneto, bisogna tornare alla vigilia di Ferragosto quando Zaia ha annunciato una spesa di 25 milioni di euro per assumere i laureati generici, da istruire con un corso e con la permanenza per un paio di mesi in corsia, prima di inserirli nelle strutture ospedaliere. Di questi, 320 sono destinati al pronto soccorso, 180 tra medicina generale e geriatria, dove la specializzazione viene giudicata “non indispensabile. Lo scopo è quello di far fronte alle carenze di organico, visto che il Veneto – su 11 mila medici – ha una carenza di 1.300 unità.

La selezione – con bandi che saranno pubblicati il 15 settembre e il 15 ottobre – avverrà tra i laureati che hanno già fatto l’anno di abilitazione. Dopo la fase istruttoria, i neo assunti seguiranno un corso di 92 ore presso la scuola di formazione sanitaria e 2 mesi in corsia. Gli stipendi saranno in linea con il contratto nazionale. Zaia aveva spiegato: “Non posso chiudere ospedali e pronti soccorso perché non ho medici. Questa scelta è stata fatta a favore di chi usufruisce della sanità veneta di fronte ad un percorso di studi, a cominciare dal test di ammissione all’università, a cui sono avverso. E che è il più lungo d’Europa“.

Il governatore aveva forse previsto le reazioni politiche. Infatti il Pd ha denunciato: “Così si scardina definitivamente quel che resta del sistema sanitario pubblico nella nostra regione”. Ma non quelle dei medici che sono partiti lancia in resta. Il sindacato Anaao-Assomed sostiene che questo piano è “inaccettabile, pericoloso e illegittimo” e ha deciso di impugnare le delibere al Tar e di inviare un esposto alla Corte dei Conti.

Compatti anche i sette ordini provinciali dei medici del Veneto che hanno scritto una nota in cui ricordano che è compito fondamentale dell’università “provvedere alla specializzazione del medici neolaureati e che eventuali master e corsi post specialità da parte della Regione Veneto debbono essere preparati in accordo con le strutture universitarie e gli ordini professionali. E hanno aggiunto: “A carenze straordinarie, servono interventi straordinari, ma questo non giustifica la messa in discussione dei canali formativi istituzionali e la drastica riduzione del tempo di studio a vantaggio di un orario assistenziale di qualità ridotta, con medici la cui tutela assicurativa è tutta da inventare”. Insomma, medici di due categorie, gli specializzati e i non-specializzati, che si troverebbero inquadrati in una carriera priva di ulteriori sbocchi.

“Il malato è grave, ma la terapia è sbagliata“, sostengono Mario Plebani e Domenico De Leo, presidenti delle scuole di medicina delle università di Padova e Verona, che chiedono un confronto con Zaia. La loro preoccupazione: “Si abbassano i livelli di cura e sicurezza per i pazienti e si fa un danno ai neolaureati, provocando una pericolosa caduta dei livelli qualitativi della sanità regionale”. Secondo i due presidenti, “il problema erroneamente attribuito al numero chiuso, che limiterebbe l’accesso al corso di laurea, è in realtà dovuto alla cronica carenza di borse di studio per medici laureati che negli ultimi 10 anni ha impedito ad un terzo dei laureati di accedere alle scuole di specializzazione. E concludono: “Le delibere della Regione Veneto non solo appaiono inadeguate a risolvere la situazione, ma anzi peggioreranno la prognosi di un malato già grave”. E a pagarne le conseguenze saranno i cittadini.

Carlo Palermo, segretario nazionale di Anaao-Assomed, spiega: “Sebbene finora circoscritta al Veneto, riteniamo doveroso bloccare sul nascere questa iniziativa, anche per evitare l’emulazione da parte di altre Regioni. Come si può pensare che solamente 92 ore di formazione in aula e due mesi di tutoraggio nei reparti delle aziende sanitarie possano essere equiparabili e sostitutivi di un corso di formazione specialistica in medicina d’urgenza, geriatria o medicina interna che durano 4 o 5 anni e richiedono migliaia di ore di formazione in aula e migliaia di ore di tutoraggio? Come si può pensare di inviare poi questi colleghi allo sbaraglio in prima linea nei reparti che accolgono pazienti acuti e nei Pronto Soccorso”.

Zaia però non fa marcia indietro: “Sono tutti medici laureati e abilitati. Significa che non dovrebbero avvicinarsi ai malati? Ben vengano i ricorsi, serviranno a fare chiarezza. Alle università rispondo che io non mi occupo di come loro fanno formazione accademica, ma che i veneti vengano curati, anche se questo è solo un cerotto, non la cura del problema“.

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