Il recente manifesto di 180 importanti manager americani a favore di un’economia più “umana” (così hanno scritto i giornali) non può che farci piacere, ma soprattutto ci farà sorridere per la sua ingenuità. In ogni caso ben venga, meglio di niente, sarebbe un passo in avanti, come confermato dall’immediata bocciatura stampata da uno dei più interessati supporter dello status quo, quel Larry Summers amico di Clinton ma soprattutto di molti grandi capitalisti nordamericani.

Il capitalismo è in difficoltà e, per fortuna, qualcuno sta incominciando a capire che andando avanti così “la va a pochi”, come si diceva quando esisteva la naja. Apparentemente è la forma di organizzazione sociale ed economica più diffusa, senza alternative sul piano ideologico, da quando anche i ciechi, i sordi e i muti hanno compreso i disastri che erano stati commessi in nome del comunismo e del socialismo. Ma è stata una vittoria di breve respiro, perché, rapidamente, quella “avidità” (greed) – di cui così bene ci ha parlato Jeff Madrick (Age of Greed. The Triumph of Finance and the Decline of America, 1970 to Present, Penguin Random House, 2011) – ha avuto il sopravvento.

Il modello di capitalismo che si è imposto dopo la caduta del comunismo non è stato quello nella sua versione più evoluta, più moderna, più “sociale”, ma quello senza concorrenti, primitivo e banditesco, parente più stretto dei Robber Barons che non dei capitalisti problematici e autocritici degli anni 70. Il capitalismo dei too big to fail, di Lehman Brothers, delle banche d’affari, che, anche se farà in tempo a provocare ancora un po’ di milioni di morti, tuttavia è destinato a crollare e non ci sarà nessun governo o pubblica istituzione complice (e ne ha avuti molti) che potrà salvarlo. È solo questione di tempo. Il modello del capitalismo avido è inefficiente, crea malcontento, oltre che essere inadeguato a una società avanzata.

Non stupisce quindi che, finalmente, del declino strutturale del capitalismo avido abbiano cominciato ad accorgersene anche alcuni Ceo, finora tutti allineati a portare acqua al mulino dei loro azionisti, senza distinguere se si trattasse di fognature o di acqua di fonte. Profitti, dividendi, tanti e subito, senza guardare ad altro, a volte mettendo perfino a rischio la sopravvivenza nel medio-lungo periodo delle stesse imprese (ammazzare la vacca con il vitello).

Tuttavia, i firmatari dell’appello avrebbero potuto aggiungere che un altro pilastro fondante del capitalismo rapace, aggressivo, che crea disuguaglianze e fa profitti solo per gli azionisti, sono le retribuzioni sproporzionate e ingiustificate dei manager. Ormai lo sanno tutti. Nel 1965 la retribuzione di un top manager era pari al massimo a quella di 20 lavoratori della medesima azienda; oggi la media è sopra 300, ma ci sono casi in cui bisogna mettere uno sopra l’altro lo stipendio di oltre 4mila lavoratori per raggiungere la retribuzione di un Ceo.

Va da sé quindi che l’avidità degli azionisti (altresì definibili “capitalisti”) abbia una delle sue colonne più solide nell’avidità non disinteressata e complice dei manager. Mi raccontava un grande imprenditore italiano (uno da miliardi di fatturato), presente anche in qualche board americano, che non c’è verso anche sotto Natale di convincere un CdA nordamericano a rinunciare a un po’ delle proprie prebende, nemmeno se l’alternativa è licenziare per una cifra equivalente decine o centinaia di persone… Anche i manager, evidentemente, tengono famiglia.

Non abbiamo certamente alternative al capitalismo, ma prima ci sbarazziamo dell’attuale versione degenerata meglio è per tutti. Siamo felici che alcuni manager abbiano incominciato a comprenderlo. D’altronde è solo un atto di razionalità: il capitalismo non è un mezzo per far soldi, è un sistema per produrre beni, per migliorare la vita delle persone. E solo su quello va misurato. Null’altro, i governi dovrebbero saperlo e a questo indirizzarlo, dolcemente ma fermamente. Il capitalismo – come peraltro diceva già Adam Smith, che non è un pericoloso comunista – o è etico o non è tale.

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