Un fastidioso fascino. Un personalissimo ed eufemistico ossimoro racchiude sinteticamente il mio, ma anche quello di tanti miei concittadini, attuale rapporto con la Juventus. Una figura retorica che si è costruita e completata nel corso degli ultimi 40 anni per effetto di una complicata storia di delusioni. Le mie sono legate alla terza generazione della famiglia Agnelli, quella oggi rappresentata da Andrea Agnelli. Con la decisione di oggi (non consentire in occasione del prossimo Juve Napoli del 2 settembre l’ingresso allo stadio ai nati in Campania), hanno definitivamente disilluso il mio immaginario di profondo ammiratore della società bianconera.

Ma andiamo con ordine.

Durante gli anni Settanta e Ottanta sono stato appunto affascinato dal “vecchio stile Juve”: organizzazione, gestione, conduzione tecnica e soprattutto la qualità dei calciatori, alcuni dei quali, anche perché rappresentavano l’ossatura della nazionale bearzottiana, divennero per me dei veri e propri idoli.

Ho vissuto questa ammirazione (da non confondere con il tifo) come una sorta di traslazione, la ricerca di un modello di efficienza che il ritardo del Sud doveva imporsi nei confronti del Nord sviluppato. In altri termini la Juventus era ciò che avrei voluto fosse stato il mio Napoli.

Questo fascino è diventato fastidioso a partire dal 2000. Perché da quel momento sono stato deluso. E non mi riferisco al processo per lo scandalo doping che nel 2007 la Corte di Cassazione chiuse con la conferma della condanna (non perseguita perché il reato era caduto in prescrizione) del dottor Riccardo Agricola, che aveva abusato nella somministrazione di farmaci non convenzionali ai giocatori bianconeri al fine di alterare i risultati delle prestazioni della Juventus nel periodo 1994-1998. Purtroppo la Juventus non è sola in questa triste vicenda e probabilmente il fumus persecutionis denunciato dalla società bianconera avrà sortito l’effetto di rafforzare negli addetti ai lavori e nell’opinione pubblica la sensibilità nei confronti del fenomeno del doping e dell’abuso dei farmaci che, di conseguenza, negli anni successivi si è attenuato considerevolmente.

Non mi scandalizzo neppure per la condanna penale, nell’ambito dell’inchiesta Calciopoli, del vertice dirigenziale della società bianconera e, dal punto di vista sportivo, della revoca degli scudetti con conseguente retrocessione (e relativa penalizzazione punti) in Serie B.

Anche in questo caso, come poi si è visto successivamente, non erano soli. Il calcio, da sempre, rappresenta un ingranaggio di un complicato meccanismo dietro il quale si muovono l’alta finanza, i conflitti di interesse, i gruppi di pressione e la politica. Ho sempre pensato, una mia personalissima immaginazione, influenzata dalla deformazione professionale, che Calciopoli fosse stata addirittura pilotata proprio dalla famiglia Agnelli che, per effetto dei contratti stipulati e dei benefit (sotto forma di stock option) legati ai risultati, non poteva più liberarsi della “triade” (Moggi, Giraudo e Bettega), il cui obiettivo era quello di “scalare” la proprietà.

Ma con onestà intellettuale, non disgiunta dalla piacevole sensazione provata per aver vinto (anche noi) in maniera “non limpida”, debbo ammettere che se mai ci fosse stata una indagine sulle dinamiche che portarono al secondo scudetto del Napoli (1989-1990), probabilmente si sarebbe scoperto che, all’epoca, dietro la monetina di Bergamo (Alemao come Mario Merola) e la “fatal Verona” per il Milan stellare del trio olandese (4 espulsi dall’arbitro, di fede democristiana, Rosario Lo Bello), c’erano il “tifo” e gli endorsement di ben 5 ministri (Gava, Scotti, di Lorenzo, Cirino Pomicino e Rosa Russo Iervolino) e un sottosegretario (Mastella) napoletani e democristiani!

Per i tifosi, si sa, i reati sono sempre quelli che compiono solo gli altri!

La grande delusione è iniziata con il “nuovo” stile Juve (forse meglio rispetto a “caduta di stile” della dirigenza bianconera) che, non rispettando le decisioni della magistratura sportiva, si è attribuita anche platealmente gli scudetti revocati. 37, 36 o 35, ma cosa cambia? La verità è che, continuando con questa patetica litania dei 37 scudetti sul campo (e 35 secondo la Figc), si cerca di ridurre tutto a un numeretto, gettando un’ombra tra il fastidioso e il ridicolo sulla dirigenza attuale, che per il resto si sta dimostrando intelligente, abile e di gran lunga la migliore d’Italia e della Serie A.

In questo crescendo di deliri di onnipotenza, la decisione presa oggi dalla dirigenza bianconera di vietare l’ingresso allo stadio sulla base del luogo di nascita, sostituendosi tra l’altro alle autorità precostituite, rappresenta il culmine di una arroganza che autorizza il mondo “non juventino” a, ennesimo eufemismo, malvolerli.

Se facessero un esercizio di stile, ammettendo e confermando la verità processuale e rispettando le leggi, sicuramente mostrerebbero una dimensione più “umana”, oltre che trasmettere ai giovani un esempio di rispetto della legalità che nel nostro paese già sconta gli effetti di una politica e di una finanza corrotta e collusa. Ammettere i propri errori è la più alta espressione della intelligenza umana. In tal caso li perdonerei. E tornerei, forse insieme a tanti miei concittadini, a esultare per le loro vittorie “europee”.

Che non arriveranno mai perché, da queste parti, siamo bravi con il malocchio.

Purtroppo siamo nati a Napoli.

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