La battaglia in corso attorno al Tav appare emblematica per vari aspetti. Cominciamo da quelli attinenti al merito della battaglia stessa.

1. In primo luogo, ovviamente, la sua enorme valenza ambientale. È  in discussione la validità di un modello di sottosviluppo basato sulle grandi opere inutili, che portano un’indubbia devastazione del territorio per determinare una velocizzazione fine a se stessa degli scambi, la cui utilità peraltro appare tutta da dimostrare a fronte di un sottoutilizzo evidente delle strutture già esistenti.

2. In secondo luogo, la democrazia. La grande maggioranza della popolazione dell’area interessata è contraria al progetto per evidenti motivi.

3. Il terzo aspetto, il peso di cricche e lobby sulle scelte pubbliche. Andrebbe fatta, da quest’ultimo punto di vista, una seria analisi del partito trasversale delle madamine, che inglobano Lega, Forza Italia, Pd e altri partitucoli di centro vari.

Questi temi sono noti e ho avuto occasione di trattarli più volte in passato, ad esempio traendo spunto dalla sentenza del Tribunale permanente dei popoli in materia. In sintesi, la Tav rappresenta, per i motivi accennati, un attentato all’ambiente e alla democrazia. Eppure, con cieca perseveranza, le classi dominanti del nostro Paese e i loro partiti di riferimento, continuano a portare avanti scelte del genere, come del resto già Renzi ed ora Salvini insistono nel modello energetico basato sulle fonti fossili e l’appropriazione dei beni pubblici, a partire dall’acqua.

E poi c’è chi, come Veltroni, con infinito sprezzo del ridicolo osa affermare la necessità di un partito verde. Con quale credibilità, specie di fronte alle giovani generazioni? Ovviamente nessuna. Ulteriori considerazioni, di carattere più contingente, riguardano poi le conseguenza della vicenda sulla politica italiana attuale. Il salto della quaglia di Conte, che ai miei occhi dimostra di tenere più di ogni altra cosa al mantenimento della sua poltrona (non è certo un originale, occorre ammettere) ha segnato l’ennesima sconfitta dei Cinquestelle e l’ennesima, forse definitiva, vittoria di Salvini.

Quest’ultimo mortifica, umilia e malmena senza ritegno gli alleati. Luigi Di Maio è ridotto a un ectoplasma dolorante che ispira infinita pietà, capace solo di farfugliare qualcosa su Emmanuel Macron, nel tentativo di utilizzare un nazionalismo d’accatto, unico strumento rimasto nel bagagliaio striminzito dei Cinquestelle.

La mozione che questi ultimi si accingerebbero a presentare alla Camera non è nulla di più una penosa foglia di fico. Eppure essa sta valendo loro l’ennesima reprimenda da parte del padrone Salvini. È prevedibile che l’irredimibile insipienza del Pd, fedele fino alla morte alle madamine, faccia il resto determinando la sconfitta della mozione.

Ne risulterà in ultima analisi l’incoronazione di Salvini ad autentico imperatore della politica italiana nell’anno di grazia 2019. A quel punto poco importa quanto riuscirà a sopravvivere il governo la cui unica ragione d’essere sarà il fortissimo desiderio dei deputati e senatori di giungere all’agognata pensione. Al più tardi andremo ad elezioni nella prossima primavera e tali elezioni segneranno senza dubbio una sconfitta irrecuperabile per i Cinquestelle che in quest’anno hanno costantemente tradito la loro ispirazione di fondo e la loro base sociale di riferimento, ed una forte affermazione di Salvini e della Lega che si candideranno a dirigere un governo di destra pura e dura, includendo Fratelli d’Italia e significativi rottami del mondo berlusconiano alla deriva. Tutto è perduto dunque? Niente affatto. Come insegnano i Blues Brothers, “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”.

Togliere di mezzo gli equivoci viventi rappresentati dai Cinquestelle dimaiani e dal Pd, ieri renziano e oggi zingarettiano, costituisce con ogni probabilità la condizione necessaria per cominciare a costruire una vera opposizione al partito salviniano che rappresenta la perfetta veste politica di un paese che sta annegando tra messaggi di odio, devastazioni ambientali (anche e soprattutto di origine globale), miseria economica, culturale ed umana, corruzione e malaffare. Per i motivi detti, la lotta al Tav e il grande movimento di massa che, in Valsusa e fuori di essa, continua ad opporvisi, sarà certamente al centro della necessaria ed urgente costruzione di questa opposizione.

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