Le concessionarie autostradali usano per la manutenzione di 7.317 ponti, viadotti e cavalcavia una somma “estremamente esigua” della spesa prevista nei piani economico-finanziari: appena il 2,2%. Non solo: c’è una “grande disomogenità” nella gestione delle concessioni nelle modalità di calcolo adottate per verificare che vengano rispettati i vincoli normativi sulle percentuali minime di lavori da affidare in appalto.

Le criticità: dal ponte sul Po ai ponti dell’A24 e A25
Ed esistono due criticità da segnalare con tempestività: il “forte degrado” del ponte sul fiume Po e di un sottopasso nella stessa tratta e quindi la necessità di demolire e ricostruire le due opere, nonché i “gravi danni” causati dal terremoto 2009 sui viadotti della rete autostradale A24 e A25, ancora non completamente adeguati sotto il profilo sismico. Quindi le indicazioni: effettuare verifiche periodiche e prevedere l’obbligo, se necessario, di intervenire tempestivamente per assicurare la sicurezza di chi percorre le tratte autostradali.

Le ombre (e le esigenze dei concessionari)
Nelle 14 pagine con le quali l’Anac ha segnalato al governo i primi risultati dell’indagine conoscitiva sui concessionari autostradali ci sono ombre sulla gestione e il reale perseguimento dell’interesse pubblico che, ricorda l’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, è “sotteso alle gestioni concessorie”. Ma anche indicazioni all’esecutivo, perché c’è “l’esigenza di fornire ai concessionari autostradali indicazioni univoche” circa “la necessità di uniformare alcune fasi della gestione”.

“Risultati altamente significativi”
L’indagine dell’Anac si è concentrata sulle 19 concessionarie (su 22) che dalla relazione 2016 del Mit risultavano aver realizzato investimenti per una percentuale inferiore al 90% rispetto a quelli programmati, almeno su singoli interventi: da Autostrade per l’Italia all’Asti Cuneo fino al Brennero e alla Milano-Serravalle passando per la Società Autostrada Tirrenica, l’A4 e l’Autostrada dei Fiori. Insomma, gli accertamenti dell’Autorità anticorruzione hanno riguardato l’86% dei concessionari, quindi i risultati vengono definiti “altamente significativi”.

La spiegazione dei gestori: “Ritardi? Non è colpa nostra”
Ad iniziare dalla base dell’indagine: lo scostamento tra gli investimenti programmati e quelli realizzati. Che, nelle loro relazioni, i concessionari hanno giustificato tutti nello stesso modo: “Eventi non attribuibili alla nostra responsabilità”. Quanto piuttosto, hanno spiegato in 19, a “risparmi di spesa ottenuti rispetto ai valori previsionali”, differimento lavori per non interferire con manifestazioni, tempi degli iter approvativi, procedure espropriative, smaltimento rifiuti, contenziosi penali e amministrativi, rescissioni contrattuali per inadempienze dell’appaltatore. In questo modo si spiegherebbero i ritardi, secondo i gestori.

Il 2,2% per la sicurezza di ponti e viadotti
Anche così si arriva a quella incidenza “estremamente esigua”, il 2,2% dal 2008 al 2017, delle spese per manutenzione effettuate rispetto alla totalità delle spese preventivate nei rispettivi Piani economico-finanziari. I dati della manutenzione, specifica l’Anac, sono stati forniti dalle stesse concessionarie, mentre le previsioni sono riportate nella relazione del ministero delle Infrastrutture relativa al 2017 sulle “Attività nel settore autostradale in concessione”. Si scopre così che Autostrade per l’Italia, che gestisce 3.911 ponti e viadotti, ha speso in dieci anni 249.131.000 euro in manutenzione su oltre 10 miliardi di spese complessive per tutti gli interventi. Una percentuale sostanzialmente in linea con la media: il 2,3 per cento. “Tale circostanza richiederebbe una riflessione sulle modalità operative di mantenimento in efficienza delle infrastrutture nel tempo”, conclude l’Anac.

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