“Unicredit sta valutando il taglio di 10mila posti di lavoro”. È un’indiscrezione di Bloomberg, non una portinaia qualsiasi: il trailer dell’adattamento, in chiave italica, della Casa de papel. “La casa de Mustier” arriverà sulle nostre piattaforme il 3 dicembre, quando sarà presentato il nuovo piano strategico quadriennale Unicredit. In tale occasione verremo a conoscenza delle nuove misure del numero uno, del suo disegno. Ma occorrerà aspettare l’ultima puntata per capirne poi la portata.

Solamente la notizia dei tagli ha scatenato il finimondo. I sindacati hanno protestato, si sono detti pronti alla mobilitazione, pronti a fare a cazzotti, pronti anche a fare altro, se dovesse servire. “Faremo barricate, per il Dottor Mustier sarà il Vietnam”. Ho due cose da dire. Chapeau Mr. Mustier: lei è il professore della Casa de papel in carne ed ossa. Il suo piano non è strategico, bensì diabolico e ben congegnato. Risponde ad un disegno perfetto che mi sono immaginato come ogni appassionato della serie televisiva e che vi mostrerò a grandi linee.

Cari sindacati, siete anacronistici: la vostra non è altro che una demagogia vetusta, da autunno caldo. Adesso vi proclamate pronti alla resistenza, “ad alzare le barricate”. Ma in tutti questi anni dove eravate? Sulle coste panamensi? Prima che mi tacciate di essere un visionario, vi mostro un dato: dal 2010 ad oggi Unicredit ha tagliato circa 25mila posti di lavoro. Non so voi ma io, in questi anni, non ho mai visto i sindacati in questione fare a cazzotti. Mai, qualche lamentela e niente più. La verità è che sono rimasti passivi mentre la precedente governance distruggeva la principale banca del paese. Parlano come si parlava 30 anni fa, perché sono stati seduti.

Eppure era prevedibile. In Io so e ho le prove (Chiarelettere – 2014) ho raccontato dei miei 22 anni in quel sistema. Scrivevo “Il peggio deve ancora venire”. Bastava leggere i dati: il sistema bancario era già impaurito dal continuo flusso in entrata di crediti “incagliati” o in “sofferenza”. Unicredit evidenziava un ammontare di non performing loans pari a 82,3 miliardi di euro e una difficoltà assoluta nel fare ricavi. Eccola la parolina magica: ricavi.

Quando a Mustier hanno chiesto la conferma dell’indiscrezione ha risposto con un “no comment”. Non poteva fare altrimenti. Ogni amministratore, quasi sempre non bravo, di una azienda ragiona in questi termini. Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi. L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo.
Ma c’è di più: arriviamo alla chiave di volta del piano.

Come ben sapete la legge non permette ad un’azienda che produce utili di licenziare: lo può fare solo se in “crisi”. Unicredit non produce perdite, non è in crisi. Quindi cosa può fare Mustier? Il “professor” Mustier fa una manovra che mette Unicredit in condizione di percorrere due strade differenti e allo stesso tempo vantaggiose. Da una parte fa circolare la voce dei tagli, scopre le carte, alza il tono di scontro sindacale, perché attaccare nel caos ti aiuta a vincere. Successivamente si siederà ai tavoli con i sindacati e gli dirà “veniamoci incontro”. Farà pressione sui sindacati e li spingerà a far valere le loro capacità di lobbying, a dialogare con il governo per ottenere le cose più disparate: scivoli pensionistici, ammortizzatori sociali, agevolazioni, qualsiasi tipo di supporto.

Se le trattative, come prevedibile, si dovessero fermare, si passerà al piano Chernobyl, quello più drastico: cessioni o esternalizzazioni. Così come già fatto con i gioielli di famiglia (Fineco, Pioneer, Bank of Pekao) o con la macchina informatica del gruppo, cederà un ramo-servizio dell’azienda, comprensivo di questi 10mila dipendenti, ad una società esterna, la quale metterà questi ultimi sotto un contratto che non sarà quello bancario, con i suoi privilegi. Quelle società sì che potranno, se in perdita, licenziarli davvero a partire dall’anno successivo.

Arriviamo all’obiettivo primario del Professor Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente ad una fusione con un altro gruppo bancario, ad oggi impossibile. Chapeau monsieur Mustier. Perdonatemi per lo spoiler.

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