Incassi mancati per 3,6 miliardi di euro. È questo, secondo l’Istat, il valore delle “perdite” per lo Stato italiano in relazione all’abolizione della Tasi per l’abitazione principale. Secondo quanto affermato in commissione Finanze alla Camera da Gian Paolo Oneto, che guida la direzione centrale per la contabilità nazionale dell’Istituto nazionale di statistica, il gettito relativo al tributo è passato da un valore di circa 4,6 e 4,7 miliardi nei primi due anni di applicazione (2014 e 2015), per scendere poi a circa 1,2 miliardi nel 2016 e 1,1 miliardi nel 2017 e nel 2018 “in corrispondenza all’esclusione dell’abitazione principale“. Non è tutto. Perché nel 2018, sulla base di dati provvisori, “il gettito totale derivante da Imu e Tasi è stato di 21 miliardi e 983 milioni”. Nel dettaglio, nel 2018 l’Imu risulterebbe “in leggerissima riduzione” sul 2017 (a 19,9 mentre l’anno prima si era avvicinata a 20 miliardi) mentre la Tasi sarebbe stabile (a 1,1 miliardi).

Quelli forniti da Oneto sono dati importanti in relazione all’imminente discussione sulla Nuova Imu, già arrivata in Parlamento, e alle ipotesi di introduzione di una patrimoniale nella legge di Bilancio 2020 per finanziare alcune delle misure di welfare teorizzate dai partiti di governo.

Secondo il dirigente Istat, “il titolo di godimento dell’abitazione è strettamente associato ai livelli di povertà” e “la situazione risulta particolarmente critica per chi vive in affitto“. “Nel 2018 – ha spiegato Oneto ai parlamentari – le circa 850mila famiglie povere in affitto rappresentano quasi la metà (46,6%) di tutte le famiglie povere, a fronte di una quota di famiglie in affitto del 18,7% sul totale delle famiglie residenti”. E il dato non è confutato: “L’affitto medio per le famiglie in povertà assoluta è pari a 307 euro mensili, oltre 100 euro meno dei 418 euro pagati dalle famiglie non in condizione di povertà”. Tuttavia, “poiché la spesa media mensile complessiva delle prime è molto più bassa di quella delle seconde (865 euro contro 2.065), la voce per l’affitto pesa per il 35,5% sul totale delle spese familiari quando si è poveri (37,5% sia nel Centro sia nel Nord, 31,5% nel Mezzogiorno) e per il 20,3% quando non si è poveri”. Per quanto riguarda il Sud, le famiglie affittuarie sono in povertà assoluta nel 22,3% dei casi a fronte del 15,9% del Nord e del 14,9% del Centro”

Tra le famiglie che vivono in casa di proprietà, invece, “paga un mutuo il 16,1% di quelle in povertà assoluta rispetto al 19,4% delle famiglie non povere”. Per l’Istat si tratta di una voce di bilancio che è “un investimento e per le famiglie che la sostengono rappresenta un’uscita rilevante”. Ciò, aggiunge Oneto, “può essere particolarmente gravoso per quelle che scendono sotto la soglia di povertà anche a causa di questo esborso che non può essere dedicato a spese per consumi”. Passando agli importi, “la rata media effettiva per le famiglie che pagano un mutuo è di 452 euro mensili per quelle povere e di 569 euro per le non povere”.

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