Il 7 luglio Ayed Hamad Moudath, 20 anni, si è suicidato dopo che aveva perso il lavoro a causa del rifiuto di rilasciargli un documento d’identità. Immediatamente dopo, a Tayma e Kuwait City, è nuovamente divampata la protesta dei bidun, gli apolidi, i senza patria nel Paese in cui nella maggior parte dei casi sono nati o discendenti di famiglie che vivono in Kuwait da generazioni.

Protesta seguita come sempre da una dura repressione. Sono state arrestate almeno 12 persone, tra cui il noto difensore dei diritti umani Abdulhakim al-Fadhli e gli attivisti Nawaf al-Badr e Mohamad al-Anzi. Sono sotto inchiesta per “reati contro la sicurezza nazionale“, tra cui partecipazione a manifestazione non autorizzata e diffusione di notizie false.

La discriminazione dei bidun si trascina dal 1961, anno dell’indipendenza del Kuwait.

Negando la cittadinanza a una minoranza di oltre 100mila persone, le autorità dell’emirato continuano a privare queste ultime di una serie di diritti fondamentali quali quelli all’istruzione, alla salute e al lavoro. Nonostante nel 2015 siano state annunciate riforme, i bidun subiscono ancora una profonda discriminazione. Ad esempio, nel 2018 il ministero dell’Istruzione ha respinto una proposta parlamentare di consentire l’iscrizione dei bambini e delle bambine bidun alle scuole pubbliche.

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