Chi ha vinto il primo dibattito tra la folta schiera di candidati democratici alle presidenziali del 2020?

Lo si è detto fin da subito, dal minuto successivo alla fine dei due match: Kamala Harris ha surclassato tutti, a spese soprattutto di Joe Biden. Ci sono però altri discorsi da fare.

Tra i 20 candidati (in realtà sono 24, ma 4 non sono stati ammessi al primo dibattito non avendo una percentuale di consensi sufficiente) l’ex vicepresidente di Obama, Biden, resta sicuramente quello più popolare insieme a Bernie Sanders; la Harris partiva in ritardo, di rincorsa, dal dibattito aveva tutto da guadagnare e ci è riuscita. A voler leggere bene i numeri dei sondaggi, commissionati dopo il primo confronto, si profila una corsa a 4-5, anche se la Convention di luglio 2020 è lontana e le sorprese non mancheranno.

Nel dettaglio Biden, che partiva da percentuali stratosferiche, perde terreno ma resta ancora il preferito – tra coloro che si professano democratici o indipendenti – attestandosi intorno al 30% (secondo le rilevazioni di Morning Consult e FiveThirtyEight); segue a distanza Bernie Sanders con il 17,3%; e a ridosso Kamala Harris (16,6%, prima del dibattito era data dalla stessa società di rilevazione al 7,9%) ed Elizabeth Warren(14,4%). Se proprio vogliamo aggiungerne un quinto, ma che non raggiunge quasi mai il 10%, si può citare Pete Buttigieg.

I sondaggi confermano, quindi, la sensazione: il dibattito (e post-dibattito: articoli, servizi in tv, social, passaparola) ha giovato alla candidata afro-americana Harris, sia in termini di popolarità sia in termini di consenso.

Molti hanno scritto – compreso Gianpietro Mazzoleni, che è stato mio docente di Comunicazione politica all’università – che è stata la rivincita della televisione sui social, sottolineando il ruolo centrale dei media tradizionali vs. reti sociali. Ma i media non andrebbero mai separati: è tutto l’insieme a contribuire a creare una certa idea nell’opinione pubblica, le parole, i pensieri si riversano dalla tv ai social, dai social alla stampa e alla tv di nuovo. Perché separare il racconto dei media tradizionali da quello che si conduce sui social? E’ un compito davvero arduo.

Anche chi non ha visto scontrarsi in tv i candidati una settimana fa, è riuscito a farsi comunque un’idea del dibattito; sbagliata o giusta che sia si è fatto un’idea di quello che è accaduto, di chi ha vinto e di chi ha perso. Giornalisti, commentatori sulla stampa e tv: chiunque abbia un seguito e crei opinione ne ha parlato. Molti si saranno fatti influenzare dai giudizi post-dibattito. Ora non vorrei sconfinare nella filosofia, ma prima di dire che qualcuno è un ‘asso sui social’, chiediamoci quanto benefici di popolarità sui media tradizionali: la televisione in primis ha ancora il potere di ‘cerimoniare’ e attrarre una grossa fetta di pubblico in un determinato orario e in maniera così immediata.

Infine, vorrei lanciare un messaggio a coloro, che nei commenti al mio ultimo post, si sono sentiti scandalizzati da questo tipo di politica spettacolo, fatta di voti, di conteggio delle parole e dei tempi, da questa ‘cerimonia’ appunto. Non vi sentite più scandalizzati il giorno delle elezioni quando vi trovate sulla scheda elettorale una lista di persone che nessuno ha scelto (se non il partito con metodi un po’ oscuri), spesso sconosciute e che nessuno ha mai sentito parlare in pubblico?

Non vi sentite scandalizzati, quando alcuni personaggi politici sono sovraesposti in tv (mi vengono in mente due nomi: Salvini e Calenda) ma senza alcun tipo di regola? Le primarie per legge inserite all’interno di una più ampia riforma dei partiti sarebbero necessarie quanto prima anche in Italia.

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