Tutti, immancabilmente, si sentono buoni. Nella mia attività professionale ho avuto contatto con persone che, pur avendo commesso gesti atroci e crudeli ritenevano però, quasi sempre, di essere stati costretti a compierli dagli eventi o da situazioni di fronte alle quali era giusto difendersi o reagire. Raramente mi è capitato di parlare con qualcuno che, a livello cosciente, reputava di essere cattivo. Al contrario quasi sempre chi afferma di essere cattivo lo fa perché spinto dal senso di colpa, causato da uno stato depressivo. In realtà questi pazienti non sono mai veramente cattivi, ma questa percezione di sé deriva dallo stato di malessere.

Secondo la psicoanalisi a livello inconscio in ognuno di noi coesistono istanze buone e cattive, frutto delle esperienze infantili e dei bisogni primitivi. Riassumendo possiamo affermare che siamo inconsciamente sia buoni che cattivi, ma che tutti, esclusi i momenti nei quali siamo depressi, facciamo emergere nell’autoconsapevolezza di noi stessi solo le istanze buone.

Negli ultimi anni sono molto utilizzati due nuovi concetti: buonismo e cattivismo. Nella definizione del primo della Treccani si parla di “ostentazione di buoni sentimenti, tolleranza e benevolenza” e traspare l’dea che si tratti di una sorta di finzione che per opportunismo il soggetto mostra platealmente per ingraziarsi i favori di chi lo ascolta. Nel linguaggio mediatico e politico il buonismo negli ultimi anni ha assunto delle sfumature psicologiche complesse che cerco di interpretare. Ad esempio si parla di una persona che si atteggia ad essere buona, quando si presenta nella vita pubblica, mentre lo è meno nel privato. Il terreno di scontro più importante, in cui si è utilizzato il concetto di buonismo, è il problema dello squilibrio demografico ed economico e delle conseguenti emigrazioni di massa. Buonista, secondo la mia interpretazione dei significanti utilizzati, è chi propugna idee di accoglienza più o meno allargata verso i profughi, ma poi non vuole rogne nel suo Comune o nel suo quartiere, per cui i migranti devono andare da altre parti. Il comune di Capalbio che non accoglieva i profughi o il noto personaggio buonista che non ne portava almeno una ventina a casa sua sono stati oggetto di furiosi attacchi mediatici. Nel concetto di buonismo, come viene interpretato psicologicamente negli ultimi anni, è presente una sottolineatura dispregiativa, in quanto è evidente la contraddizione tra quello che viene propugnato, rispetto a ciò che viene fatto. Inoltre si sottolinea come l’atteggiamento buonista sia perdente e controproducente in quanto, più si dà il messaggio ai potenziali profughi che saremo accoglienti, più si incentivano le migrazioni e il traffico di esseri umani.

Il termine cattivismo, meno utilizzato, deriva per contrapposizione e descrive, sempre nel linguaggio politico mediatico, una psicologia complessa di persona dura e aggressiva nelle sue esternazioni pubbliche e ideologiche che però, nel privato, risulta umana e generosa. Ricordo ad esempio il caso emblematico della elargizione della cittadinanza a ragazzi extracomunitari che avevano salvato i compagni sull’autobus. La mia interpretazione psicologica è che si vuole sottolineare che il cattivista non è veramente cattivo, bensì giusto. Nel caso dei profughi la sua strategia è quella del blocco totale di ogni accoglienza. Se il messaggio di rifiuto raggiunge i potenziali migranti nelle loro terre, risparmia le sofferenze di un viaggio allucinante, in balia dei trafficanti di esseri umani.

Recentemente un partito di estrema destra tedesco ha proposto l’On. Salvini per il premio Nobel per la pace, non so se realmente o come boutade. Ritengo che il loro ragionamento somigli a quanto descritto prima: il ministro dell’Interno, con la sua politica “dura” di blocco dell’accoglienza dei migranti, in realtà li mette in salvo da terribili sofferenze. In realtà chi ragiona in questo modo se ne lava le mani e li abbandona alla loro miseria e all’oppressione di regimi tirannici.

Un detto popolare afferma che “chi è troppo buono diviene coglione”, sottolineando che un poco di aggressività nella vita è utile per evitare di divenire preda degli approfittatori. Tutti, però, siamo intimamente convinti del fatto che vivremmo molto meglio, se fossimo collettivamente buoni. Sarebbe molto appagante vivere in una società in cui tutti gli altri sono buoni e nella quale solo io, ogni tanto, se occorre, posso tirare fuori un poco di cattiveria per far pendere gli eventi dalla mia parte.

L’ideale a livello psichico, per non sentirsi in colpa, è poter essere cattivi e aggressivi senza rendersene conto, e il metodo psicologico più efficace è quello di delegare a qualcuno la responsabilità. Un capo popolo che propugni idee aggressive come America first, Deutschland uber alles, “Prima i veneti”, urlando ai quattro venti che vengono prima “quelli della mia città” o “quelli del mio quartiere” assume su di sé la responsabilità inconscia della popolazione che lo segue. Il popolo può esprimere la propria aggressività, senza provare a livello cosciente un senso di cattiveria o di colpa verso gli altri. Credo sia per questo motivo che messaggi siffatti abbiano così tanta presa e possano fare la fortuna politica di chi li esprime.

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