Il care giver può amare? Una domanda apparentemente futile e superficiale. Una domanda che nessuno si è ancora posto o che in ogni caso non è mai uscita in tutta la sua prepotenza emotiva.

Un care giver è una persona che offre cure e gestione complessiva ad un membro importante della famiglia. Il care giver raccontato sempre come parte forte e attiva. Il care giver che come un soggetto sacro o autorevole si impone e combatte e risolve ogni situazione afferente la disabilità e non solo del suo congiunto.

Il ruolo del care giver esonera i più dalle faccende scomode. Di solito è una donna in età compresa tra i 30 e i 70 anni che improvvisamente muore per rinascere care giver. Se è avanti con l’età non saprà mai di essere una care giver. Si limiterà ad abbassare lo sguardo, a curvare le spalle, a legare i capelli bianchi e a somministrare carezze, lacrime e sorrisi ad un figlio neonato di mezza età, a un marito anziano, a un genitore che questo mondo vuole qui ad oltranza.

Ne vedo ogni giorno. Vedo anche me stessa e per quanto mi riguarda ringrazio ogni giorno la fortuna che ho avuto a tradurre tanto dolore in gioia e forza.

Ma il cambiamento di un care giver è radicale. Un punto è comune sempre: l’abisso. Ognuno di noi ha il proprio big ben in cui ha pensato che la propria vita parte 1 fosse finita.

In molti mi volete bene anche se virtualmente, così come io ne voglio a ognuno di voi. Ogni volta che un mio pensiero raggiunge il vostro cuore e mi abbracciate regalandomi i vostri minuti per leggere me, sento che la mia esperienza ha un senso molto più che legato alla nostra vita. Rinasce ogni volta la percezione dell’essere tutti parte di un unico meraviglioso insieme e di questo sono e sarò sempre umilmente grata.

Pongo la domanda: cosa prova un care giver? Quale è il suo percorso interiore? Quali sono i suoi sentimenti, le sue pulsioni, la sua voglia di vivere o il suo indice di rassegnazione? Compie delle scelte o subisce le scelte degli altri? Si ritrova care giver perché è forte abbastanza o perché è troppo debole per sottrarsi? Completa il suo percorso di accettazione o lo termina con la delusione e la consapevolezza di non poter combattere una guerra che non esiste?

Io sono diventata care giver a 26 anni senza saperlo. Ne ho preso atto verso i 30 e sono stata sola molto a lungo. Ho vissuto sempre da ribelle e questa è stata la mia salvezza. Non è così semplice rinunciare alla propria vita e reinventarne una migliore. Migliore? Sì. Pazzesco ma si può fare.

E’ su questo che porto il mio appoggio a madri giovanissime che tornano dall’ospedale già sole. Spesso i padri non si fanno trovare. Mi è capitato anche il contrario però. Un paio di anni fa ho incontrato un papà rimasto solo con una figlia disabile di sei anni. Un bel biglietto di addio e tanti saluti. Pianse ore. Eppure eccolo lì in prima linea a combattere come tutti noi. E non è l’unico. La società cambia e con essa il suo costume.

Sorridiamo tutti, noi care giver. Non si capisce se effettivamente siamo tutti colti dalla patologia del sorriso perché la vita è bella o semplicemente mettiamo su una maschera che ci mimetizzi il più possibile tra i simili con i quali quotidianamente ci incontriamo o forse il più delle volte… scontriamo.

Tornerò su questo tema che ho voluto solo introdurre. Ultimamente, dopo aver incontrato alcune donne più o meno giovani, che col loro silenzio urlano il loro dolore per l’ennesima estate da sole senza amore, senza servizi decenti, senza sosta senza passione, senza cuore… voglio trasferire questo grido di allarme: un care giver ha diritto di amare, di sognare, di emozionarsi, di fare tardi per ascoltare musica o di sentire le farfalle nello stomaco. Un care giver fa morire la versione 1.0 di sé ma punta tutto sulla sua versione 2.0.

Non si può farlo morire due volte o moriranno in due almeno nella parte interiore del loro essere persona.

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